LA LIBERTA‘
Il 25 aprile si festeggia, come ogni anno da ottant’anni, la festa della liberazione. Purtroppo, la politica recente ci ha abituato ad altrettanto ricorrenti scontri – francamente non più tollerabili – sulla necessità di ricordare questo giorno.
Ormai il teatrino circa il 25 aprile suona ripetitivo, da una parte e dall’altra dello schieramento si assiste a sforzi attoriali mal riusciti; a sinistra c’è chi (non sapendo più che pesci prendere) si straccia le vesti in nome dell’antifascismo, mentre a destra qualcun altro non vede l’ora di fare il ganzo con la sua squadraccia di amici nel ripetere, con la solita voce roca e incancrenita dal fumo (spero almeno di sigarette autarchiche), che “non è antifascista”.
UN PO’ DI STORIA
Il 25 aprile è una data simbolica. Sovente si pensa che questo giorno corrisponda alla liberazione di una particolare città, ma non è così. In quel giorno, tuttavia, il comando del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, emanò l’ordine, a tutte le formazioni partigiane ancora attive, di attaccare i presìdi fascisti e tedeschi, imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate. Sandro Pertini, in quell’occasione, rivolse a tutte le forze nazifasciste una frase dura e perentoria “arrendersi o perire”.
Entro il primo maggio 1945, dopo quasi cinque anni di guerra e ventidue di regime fascista, l’Italia era finalmente libera.
GABER E LA LIBERTA’
Chi conosce Gaber di certo saprà che la libertà non è star sopra un albero e neanche il volo di un moscone, che la libertà non è uno spazio libero; libertà è partecipazione.
Siamo liberi se abbiamo la libertà di essere cittadini attivi e, dato che ora questa libertà ce l’abbiamo, usiamola; altrimenti – per usare una metafora calcistica – ridiamo il possesso all’avversario, sia che esso attacchi da destra verso sinistra o da sinistra verso destra.
La libertà non è né di destra né di sinistra e chi disdegna il 25 aprile non rientra in questo ventaglio. Quelli che sulla liberazione vorrebbero salire con gli stivali insanguinati e sfoggiare un saluto singolare quello un po’ degli anni ’20 un po’ romano, forse non si rendono conto è da stronzi oltre che di destra – grazie sempre Giorgio.
CALAMANDREI DOCET
Non si può giurare sulla Costituzione senza essere antifascisti e, per quanto le azioni dei partigiani possano essere sottoposte a forme di revisionismo storico, bisogna riconoscere l’importanza morale, militare e politica della Resistenza.
A giudizio delle stesse autorità alleate, la Resistenza italiana giocò un ruolo importante per l’esito della guerra in Italia e, a costo di grandi sacrifici umani, cooperò attivamente a indebolire le forze nazifasciste, a minarne lo spirito e a renderne precarie le retrovie.
La Resistenza dimostrò agli Alleati la capacità di ripresa e sacrificio di una parte degli italiani, e la loro nuova fiducia nei valori dell’antifascismo. Inoltre, le idee e i valori del movimento partigiano crearono il terreno fertile su cui vennero sviluppati gli assetti istituzionali e costituzionali della futura repubblica. Per cui, senza la resistenza armata, è lecito supporre che avremmo avuto un’Italia monarchica e non sarebbe stata scritta una Costituzione profondamente innovativa sul piano della giustizia sociale, così apertamente antifascista.
Cinque anni fa, ad aprile 2020, il mio professore di storia e filosofia, allora vicinissimo alla pensione, impartendo a noi studenti alcune ore di storia della Costituzione, lesse, prima composto, poi sempre più commosso e infine piangendo, alcune righe del discorso che Calamandrei tenne il 26 gennaio 1955. Ve le riporto e non aggiungo altro: sarebbe superfluo.
“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione”.
A cura di
Michele Loli

23 anni e già mi sento vecchio.
[…] pubblici importanti. Pur non essendo espressione diretta di partiti, cantautori come De André, Gaber e Guccini hanno usato la loro musica come strumento per raccontare la realtà, denunciarla e farsi […]
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