Norimberga: i due volti dell’umanità

27 Gen , 2026 - Cultura

Norimberga: i due volti dell’umanità

“L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha fatto” ( R.G. Collingwood)

Norimberga, 20 novembre 1945. Il pubblico entra in aula. Si accendono le telecamere. I riflettori sono puntati sul processo del secolo — così verrà chiamato il primo grande processo per crimini di guerra e contro l’umanità. A Norimberga si chiude un cerchio, una pagina nera della storia dell’umanità, cominciata dieci anni prima, nel 1935, con la pubblicazione delle leggi razziali, appunto le leggi di Norimberga. Ma il capitolo è realmente chiuso? Spoiler NO. 

Il processo: l’occasione di una vita

Norimberga (2025) è un film storico drammatico diretto dallo statunitense James Vanderbilt, regista di pellicole di successo come Scream V e VI e la serie di The Amazing-Spiderman. Tra gli interpreti, volti noti del cinema americano e britannico: Russell Crowe nei panni del Reichsmarschall Hermann Göring, Rami Malek nel ruolo dello psichiatra militare Douglas Kelly, Leo Woodall e Michael Shannon che interpretano, il primo, il sergente Howie Triest, e il secondo il capo procuratore Robert Jackson.

Tratta dal romanzo Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai (2013), la pellicola racconta il processo di Norimberga da dietro le quinte. Il focus è infatti spostato sui momenti che anticipano il vero e proprio dibattimento in aula, sulle relazioni che il co-protagonista Douglas Kelly riesce ad instaurare con i nazisti a processo, con uno in particolare — Hermann Göring. 

Lo strizzacervelli

Agli occhi di Kelly, il Reichsmarschall  — il secondo in comando dopo Hitler — è il vero enigma da risolvere. Il suo incarico nella prigione militare di Norimberga è quello di monitorare la salute fisica e mentale dei 22 nazisti imputati; tuttavia si trasforma ben presto nella grande occasione della vita: studiare da vicino la mente di un nazista e capire che cosa hanno di diverso.

Giungerà ad una conclusione molto amara: i seguaci di Hitler non erano altro che uomini, tali e quali a coloro che li hanno processati. Non erano né folli, né mostri, né l’incarnazione del Male assoluto: erano semplicemente uomini con un’ideologia per cui valeva la pena uccidere milioni di innocenti. Questa epifania lo trasformerà in una Cassandra moderna, un premonitore di una verità socialmente e psicologicamente insostenibile: l’uomo è capace di grandi cose ma anche di sterminare i suoi simili senza troppe remore. 

Source: Unsplash

Il sergente

Nella prigione militare, anche un altro personaggio aspetta la sua grande occasione – il sergente Howie Triest. All’inizio presentato come la spalla del dottor Kelly, Howie si svela pian piano allo spettatore fino a confessargli il suo segreto più doloroso: l’essere ebreo.

In una delle scene più commoventi della pellicola, il sergente rivela allo psichiatra il suo passato travagliato fatto di fughe, silenzi e tanta voglia di riscatto: ancora adolescente, abbandona la Germania per scampare ai campi, lasciando indietro i suoi genitori di cui perderà le tracce nel 1942 una volta arrivati ad Auschwitz. La sua storia familiare è quella di tanti sopravvissuti che si rimproverano in eterno di non essere riusciti a salvare i propri cari. Negli Stati Uniti, Howie ricomincia a vivere con il solo scopo di tornare in Germania e di veder fatta giustizia per i suoi genitori e il suo popolo. E così è stato.  

Il procuratore

Oltreoceano, il giudice Robert Jackson immagina il primo processo per crimini di guerra come un momento cruciale nella storia del diritto penale internazionale. Il capo procuratore intuisce immediatamente il valore di un processo ai nazisti. Le solite esecuzioni con il solo scopo di far prevalere la forza dei vincitori sulla vulnerabilità dei vinti in questo caso non sono abbastanza. Bisogna processarli per crimini contro l’umanità di fronte al mondo intero, per mostrare le loro mani insanguinate e impedire che vengano ricordati come eroi di guerra giustiziati dal nemico vincitore.

La pellicola si spinge però oltre: affinché la giustizia internazionale possa prevalere sul sopruso di alcuni Stati, bisogna allearsi. La scena finale del processo ne è la lampante dimostrazione. Siamo alle arringhe finali. Nonostante le pressioni di Jackson, Göring non ammette di essere a conoscenza di ciò che accadeva dentro i campi di lavoro nazisti. Prende la parola l’avvocato britannico David Fyfe che in con poche domande smonta le dichiarazioni del Reichsmarschall , che rimarrà fino alla fine fedele al Führer e alle sue scelte, compresa la Soluzione finale. 

Il processo si chiude con la condanna di tutti gli imputati all’ impiccagione. Verranno giustiziati la sera stessa, tutti tranne Göring che tornato nella sua cella si suicida ingerendo una pillola di cianuro per salvare la dignità. 

Norimberga: un racconto intimo e umano

Norimberga è una brillante e asciutta narrazione di uno dei processi che ha fatto la storia recente: il primo processo in cui le autorità di una nazione sono state condannate per crimini contro l’umanità da un tribunale internazionale; il primo processo in cui telecamere e la stampa hanno fatto da megafono pubblicizzando il dibattimento fuori dalle aule chiuse di un tribunale. 

Personalmente, ho trovato azzeccata la scelta di Vanderbilt di raccontare un evento storico di così grande portata attraverso l’intimità dei rapporti umani. La pellicola non mette mai a confronto angeli e demoni, buoni e cattivi, umani e disumani. Penetra nella coscienza di uomini, che a modo loro, sono accusati di essere colpevoli di qualcosa.

Uno dei confronti tra Kelly e Göring mette in evidenza questa apparente “colpa” condivisa. Il Reichsmarschall si rivolge a Kelly e sentenzia che dopo tutto gli Alleati, paladini della giustizia internazionale, non sono meno feroci e spietati dei nazisti. Con la bomba lanciata su Hiroshima hanno sterminato civili innocenti, un danno collaterale in nome di una missione superiore – annientare il nemico nipponico. Agli occhi di Göring, si tratta comunque di carneficina; poco importa se le giustificazioni sono moralmente e socialmente più condivisibili e accettabili.  

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Il Reichsmarchall Herman Göring al banco degli imputati, Norimberga, 1945

Il suo discorso può essere interpretato come un chiaro tentativo da un lato di deresponsabilizzazione – i nazisti non sono più volenti o disumani degli Alleati che hanno ricorso alla forza bruta per raggiungere i loro scopi- e dall’altro di riflessione sul genere umano. Göring sembra quasi farsi portavoce della massima “il fine giustifica i mezzi”: la violenza è uno strumento in mano al potere, pronto ad usarlo per centrare l’obiettivo.

La morale del suo monologo: la percezione di come viene impiegata la forza è soggetta ad un doppio standard: nel nostro immaginario collettivo, gli Alleati sono i “buoni” che hanno salvato l’Europa dall’autoritarismo e hanno piantato il seme della democrazia; i nazisti, invece, rimangono i portatori di morte, distruzione e oppressione. 

Le parole del Reichsmarschall risuonano ancora oggi, in un mondo in cui il rispetto del diritto internazionale è diventato una scelta piuttosto che un dovere, e fanno riflettere sulla complessità della realtà e sulla pericolosità di ridurla ad una visione manichea,  in bianco o nero. 

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