L’Italia fragile. La lezione del ciclone Harry

11 Feb , 2026 - Attualità

L’Italia fragile. La lezione del ciclone Harry

Il ciclone Harry è ormai passato da più di due settimane, ma i segni lasciati dalla sua distruzione sono ancora vivi. Nelle tre regioni colpite dal suo passaggio, cioè Sicilia, Sardegna e Calabria, ci sono ancora case inagibili, tratti di coste quasi irriconoscibili e strade ricoperte di sabbia misto a fango. Ma l’immagine più diffusa del suo passaggio è forse della conseguente frana a Niscemi. Questo tragico evento ha ricordato a tutta l’Italia la fragilità del suo territorio e la necessità di intervenire per prevenire questi eventi estremi, sempre più frequenti.

I danni del ciclone Harry

Tra il 19 e il 21 il ciclone Harry ha attraversato Sardegna, Sicilia e Calabria provocando – secondo le ultime stime – un danno pari a 2 miliardi di euro. Piogge scroscianti, raffiche di vento oltre i 100 chilometri orari e mareggiate alte fino a 9 metri hanno sgretolato parti di strade e divelto case e negozi. Il mare è addirittura entrato in alcuni paesi e distrutto porti turistici.

Nei giorni precedenti la Protezione civile aveva avvertito della pericolosità del ciclone e adottato le misure necessarie a far fronte all’emergenza. Si era proceduto all’evacuazione delle zone più a rischio e alla chiusura di uffici pubblici e scuole. In questo modo, si sono evitate conseguenze peggiori per le persone. Infatti, non si sono registrati morti né feriti gravi.

Se da un lato si può essere lieti degli ottimi risultati del sistema di sicurezza, dall’altro non si può ignorare la condizione in cui molte persone si trovano ora: case distrutte, attività economiche messe in ginocchio e città quasi irriconoscibili. Una situazione che, però, è stata inizialmente sottovalutata e ignorata da molti media e politici.

Il Sud dimenticato

Nonostante si fosse parlato di questi pericoli, per giorni programmi tv e giornali non hanno dato un’adeguata copertura al ciclone Harry e alla sua distruzione, spesso derubricando il tutto come “forti piogge”. Così sui social si è registrato un contro-flusso informativo: sempre più persone hanno iniziato a documentare le loro città distrutte con edifici parzialmente crollati e strade franate, mentre squadre di volontari sono impegnate a spalare via il fango e i detriti. In molti di questi video le vittime del ciclone denunciavano di sentirsi abbandonate dalla politica e dai media, parlando di una sorta di anti-meridionalismo.

Un’accusa sostenuta dalle comunità colpite, che hanno evidenziato lo squilibrio nella risposta istituzionale e nell’attenzione mediatica riservata alla loro tragedia rispetto ad eventi di analoga portata verificatisi nel Nord Italia. Il riferimento era soprattutto alle alluvioni susseguitesi in Emilia-Romagna tra il 2022 e il 2024, i cui segni sono ancora presenti in diverse città romagnole, come Faenza. In quelle occasioni, le massime cariche del governo si mossero immediatamente e furono stanziati ingenti risorse economiche, mentre per i danni provocati dal ciclone Harry la reazione è apparsa notevolmente più tiepida e lenta. Questa disparità di trattamento ha quindi sollevato un quesito: perché si è ignorato il Sud?

I riflettori nazionali sul Mezzogiorno si sono accesi soprattutto dopo il 26 gennaio, in conseguenza di due eventi: la frana a Niscemi il giorno prima e l’approvazione del Governo per il primo piano di aiuti alle zone colpite. Come avevano allertato le autorità, nel comune siciliano è crollato un movimento franoso di circa 350 milioni di metri cubi lungo 4 chilometri e come conseguenza ci sono stati oltre 1.600 sfollati, 880 edifici evacuati, e circa 500 famiglie senza casa. Quel giorno, anche per far fronte alla nuova emergenza a Niscemi, il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato d’emergenza e stanziato la somma complessiva di 100 milioni di euro “per fare fronte ai primissimi interventi” nelle tre regioni colpite dal ciclone di Harry.

Ben presto a livello nazionale si è accesso il dibattito politico su questo finanziamento, considerato insufficiente dalle opposizioni e giustificato dalla maggioranza come il primo passo di un intervento di sostegno più ampio. Nei giorni successivi Meloni e altri politici di primo piano hanno visitato i territori politici, promettendo maggiori aiuti e vicinanza nell’implementazione delle prossime misure.

Frana di Niscemi

Il problema dell’Italia: il dissesto idrogeologico

Il ciclone Harry e la conseguente frana a Niscemi sono gli ultimi eventi che ricordano a tutti gli italiani una cosa: l’Italia è un territorio fragile. Un territorio che deve affrontare il suo cronico ed elevato rischio di dissesto idrogeologico.

Non bisogna infatti dimenticare la conformazione geologica dell’Italia. Secondo l’ultimo report sul dissesto idrogeologico dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), circa il 38% del territorio nazionale è zona a rischio dissesto idrogeologico, ossia vi si rileva il pericolo di frana, alluvione, valanghe e/o erosione costiera. Sempre l’Ispra avverte che il 94,5% dei Comuni è interessato da aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata, a pericolosità idraulica media, da erosione costiera e/o da aree valanghive.

A questa situazione già grave, c’è l’acuirsi della crisi climatica. Gli eventi metereologici estremi sono sempre più frequenti, come i lunghi periodi di siccità che accrescono i danni delle bombe d’acqua e le valanghe conseguenti allo scioglimento dei ghiacciai. Il ciclone Harry non è un’eccezione di questo devastante trend, e infatti, secondo uno studio del ClimaMeter, è stato circa il 15% più forte di altri cicloni generatisi nelle stesse condizioni proprio a causa dell’impatto antropico sul clima.

È evidente quindi che eventi come questo così distruttivi sono sì eccezionali, ma diverranno sempre più frequenti grazie a questa combinazione esplosiva. È necessario quindi che la politica formuli una risposta capace di prevenire e mitigare i pericoli intrinseci al territorio nazionale, da Nord a Sud.

Le misure contro il dissesto idrogeologico

Nonostante la crescente necessità di intervenire sulla tutela dal dissesto idrogeologico, così da garantire la sicurezza dei cittadini dai rischi collegati, i fondi sembrano insufficienti e le misure da adottare soffrono del cronico ritardo legislativo dell’Italia.

Tra le varie politiche previste, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) assegna dei fondi anche per il contrasto al dissesto idrogeologico. Nello specifico, sono previsti 1.301 progetti per un valore complessivo di circa 1,64 miliardi di euro. Tuttavia, questa cifra è il risultato di diversi tagli fatti nel corso delle varie modifiche al piano originale, motivati con l’incapacità di implementare le misure previste nei tempi previsti. Inoltre, queste misure sono quasi per metà micro-interventi in capo ai Comuni. Dunque, gli interventi previsti nel Pnrr mancano di una visione d’insieme e risultano frammentati. Ad ogni modo, secondo le previsioni, il 62% di queste misure risulta realizzato e solo il 4% dei fondi risulta a rischio, cioè che i progetti non siano realizzati in tempo.

Se si guarda alla politica “ordinaria”, la situazione non è migliore. Nel 2023 venne approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) al fine di “contenere la vulnerabilità dei sistemi naturali, sociali ed economici agli impatti dei cambiamenti climatici e aumentarne la resilienza”. Tuttavia, come nota Legambiente, questo piano “è rimasto solo sulla carta, dato che le risorse economiche necessarie per attuarlo non sono state mai state stanziate”. Inoltre, per funzionare, il piano stesso richiede la presenza di uno specifico organo, l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, istituito solamente due mesi fa. L’Osservatorio, creato all’interno del Ministero dell’Ambiente, ha il compito di indirizzo, coordinamento, analisi e confronto per la pianificazione e l’attuazione delle azioni previste dal Pnacc per ridurre della vulnerabilità del territorio.

È dunque necessario un cambio di paradigma nell’azione politica per affrontare l’emergenza ambientale, in particolare i rischi legati al dissesto idrogeologico. Serve accelerare l’attuazione delle norme già in vigore, come il Pnacc, ma anche introdurre e implementare leggi chiare e sistemiche, cioè capaci di tenere insieme prevenzione, manutenzione del territorio, pianificazione urbana e gestione del rischio. Le competenze in materia devono essere definite in modo netto tra Stato, Regioni, Comuni e autorità tecniche, così da garantire un’azione coordinata ed efficace. Non si possono continuare a produrre leggi parziali né pianificare interventi frammentati. Le misure straordinarie e gli stati d’emergenza sono indispensabili per intervenire dopo eventi come il ciclone Harry, ma non possono sostituire una strategia strutturale di prevenzione di lungo periodo. La politica deve farsi carico della fragilità dell’Italia per garantire la sicurezza dell’intero territorio nazionale, da Nord a Sud.

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