
Nel 2025, se decidete di fare rotta verso la Corea del Sud, le possibilità di esplorare e vivere esperienze uniche non vi mancheranno. Dalla fascinosa commistione di tradizione e modernità che caratterizza Seoul, con i suoi templi millenari e i grattacieli futuristici, alle vaste distese di risaie che costellano le periferie, ogni angolo di questo paese sa come catturare l’immaginazione. La K-culture vi accompagnerà ovunque, con il suo inconfondibile mix di musica, moda e improbabili gadget a tema (in foto potete ammirare l’altarino presente nella mia guest house). Quella coreana è una società per certi versi vicina e per altri lontanissima da quella occidentale. Da italiano, più volte mi sono reso conto della particolarità di questo popolo: la loro straordinaria disciplina collettiva, il rispetto quasi rituale per il lavoro e la sorprendente attenzione ai dettagli della quotidianità. Che si tratti del silenzio composto nelle metropolitane all’ora di punta o della cura con cui apparecchiano anche il più semplice dei pasti, ogni gesto riflette una cultura intrisa di armonia e di senso comunitario.

Ecco, a questo quadro aggiungete il contrasto inquietante di una realtà geopolitica ancora molto vivida: la Corea del Sud è anche la porta d’ingresso a uno dei confini più militarizzati e sorvegliati al mondo, ultimo lascito tangibile della guerra civile che più di settanta anni fa ha spaccato la penisola. Questa frontiera, simbolo della separazione tra un regime autoritario comunista a nord e un sistema democratico e capitalistico a sud, è testimone di una cicatrice che ha segnato profondamente l’identità e la storia di tutta la nazione.
Per capire davvero cosa rappresenti oggi quella linea, bisogna però fare un passo indietro: la guerra di Corea, combattuta tra il 1950 e il 1953 e formalmente ancora in corso, è il catastrofico evento su cui si basa lo scacchiere geopolitico della penisola. Scatenatasi appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha visto contrapporsi le forze comuniste di Cina e URSS a quelle statunitensi. Entrambe le fazioni, consce dell’importanza geografica dell’avamposto coreano, erano decise alla conquista della penisola. Questo portò a gravi errori di valutazione durante il conflitto, che costarono la vita a migliaia di persone. Ad oggi, si stima che siano 2.800.000 le vittime causate dal conflitto, un numero non lontano da quello della ben più nota guerra del Vietnam. Coloro che sopravvissero dovettero fare i conti con un territorio quasi completamente raso al suolo dalle bombe.
Oggi, a più di settant’anni da quell’armistizio, molte cose in Corea sono cambiate, ma quel confine è ancora lì, impermeabile al passare del tempo, ed ha il fascino che solo la storia può conferire. Io ho avuto la fortuna di visitarlo.
Istituito a seguito degli accordi del 1953, il confine si estende per circa 250 chilometri ed è largo poco meno di 5. Consiste in una Zona Demilitarizzata (DMZ) che funge da area di cuscinetto tra le due potenze. In realtà, il nome è fuorviante: sebbene la striscia centrale sia effettivamente demilitarizzata, il confine immediatamente oltre è uno dei più pesantemente armati al mondo. L’attraversamento è severamente proibito, anche se la Corea del Sud da anni propone escursioni turistiche nella zona, sfruttandone il macabro fascino.
A un primo sguardo la DMZ si presenta come un normale lembo di terra, ma è dietro questa innocua apparenza che si cela il pericolo: si stima che siano tutt’ora attive nel territorio circa due milioni di mine risalenti agli anni ‘50. Nonostante i tentativi di sminamento portati avanti, quello delle mine rimane un problema tutt’altro che superato. Lo testimonia l’esplosione di un ordigno la mattina del 20 novembre scorso, solo pochi giorni fa, che ha ferito non letalmente un soldato sudcoreano di 24 anni.
All’interno della DMZ sorgono due piccoli villaggi: Daeseong-dong sul versante sud e Kijŏng-dong sul versante nord. Il primo ospita un centinaio di persone, a tutti gli effetti cittadini sudcoreani. Data l’elevata pericolosità della zona, i residenti godono di grandi agevolazioni da parte dello Stato, come la concessione gratuita di case e terreni e l’esenzione dall’obbligo di leva. In riferimento al villaggio nordcoreano, anche se ufficialmente popolato da 200 famiglie, è considerato disabitato. L’illuminazione elettrica, gli sgargianti tetti blu e bianchi e gli edifici a più piani in cemento erano inizialmente un tentativo di mostrare alti standard di vivibilità per incoraggiare le defezioni dal Sud. Con l’uso di telescopi più moderni si è poi scoperto che gli edifici sono semplici gusci di cemento privi di finestre e camere interne, e che le luci vengono accese e spente tutti i giorni a orari prestabiliti. In prossimità di ciascuno dei due villaggi sorge un pennone che innalza la bandiera del rispettivo stato. Il primo a essere costruito è stato quello sudcoreano, alto ben 98,4 metri. Di rimando, la Corea del Nord ne ha poco dopo costruito uno di circa 160 metri, che ha detenuto il record di pennone più alto al mondo fino al 2010. Perché la guerra si combatte dappertutto, anche sui pennoni.


Sempre all’interno della DMZ, nel villaggio di Panmunjeom, sorge l’Area di Sicurezza Congiunta (ASC), un complesso di tre edifici gestito dall’ONU dove si svolgono gli incontri diplomatici tra i due Paesi. È qui che il 27 luglio 1953 è stato firmato l’armistizio della guerra civile ed è sempre qui che nel 2019 Donald Trump è diventato il primo presidente degli Stati Uniti a mettere piede in Corea del Nord. Nell’ASC sono inoltre avvenute le toccanti riunioni tra membri di famiglie separate ai tempi della guerra, l’ultima delle quali nel 2018. Negli anni l’Area di sicurezza congiunta è stata anche teatro di scontri a fuoco tra i due eserciti e di rocambolesche diserzioni da parte di soldati nordcoreani. Come quella del novembre 2017, in cui un soldato del regime comunista è riuscito nell’impresa di attraversare il confine presente all’interno del complesso. Nel video della fuga proveniente dalle telecamere di sorveglianza sudcoreane si vede l’uomo dirigersi a bordo di un veicolo militare verso la linea di demarcazione. Ad un tratto, però, la macchina si ferma e il fuggitivo è costretto a percorrere gli ultimi metri a piedi. Colpito da cinque proiettili sparati dai suoi stessi commilitoni, il soldato riesce comunque ad attraversare il confine e viene soccorso dalle forze sudcoreane, avendo salva la vita.
Source: WikiMediaSe alla luce del sole il confine appare come una landa desolata, è sotto terra che si trovano altre testimonianze della tensione tra i due paesi. Nel corso degli anni, infatti, sono stati rinvenuti ben quattro tunnel. Le gallerie sotterranee, presumibilmente costruite dalla Corea del Nord (che ha sempre sostenuto di averle scavate per estrarre materiali) in vista di una potenziale invasione verso sud, sono l’ennesima prova di come le ostilità nella regione non accennino a cessare. Dal versante sudcoreano, tre dei quattro tunnel sono tutt’ora visitabili. Entrando nel più famoso tra questi (il terzo), scoperto nel 1978, si nota una leggera inclinazione verso l’alto mentre si procede, accorgimento adottato per evitare il problema del ristagno idrico. Il tunnel, situato a 73 metri di profondità, lungo più di un chilometro e mezzo e largo circa due metri per due, avrebbe potuto trasportare rapidamente migliaia di soldati per un’invasione su larga scala, considerando che la sua fine è sita a soli 43 chilometri da Seoul.

Oltre alle sporadiche escalation di violenza, il confine è anche teatro di altre forme di disturbo. Entrambi gli Stati utilizzano potenti altoparlanti per diffondere messaggi di propaganda sul territorio nemico, tra cui, nel caso sudcoreano, canzoni k-pop. Un altro metodo consiste nell’utilizzo di palloni aerostatici ricolmi di volantini o perfino di spazzatura, che non di rado finiscono per atterrare su macchine o su tetti, creando disagi. Sul versante nordcoreano svetta inoltre un’altissima torre che ha lo scopo di disturbare le frequenze televisive provenienti dal sud, per evitare che gli abitanti del regime comunista possano vedere sui propri schermi le famose serie k-drama (anche se, stando alla guida del mio tour, i nordcoreani le guardano comunque).
Servendosi dei telescopi presenti in uno dei punti di vedetta sudcoreani è possibile scrutare parte della misteriosa Corea del Nord. Con un po’ di pazienza si possono scorgere dei contadini intenti a zappare la terra, molti manifesti propagandistici, e anche postazioni di vedetta dell’esercito rivale. Dando un’occhiata al paesaggio, si nota un particolare interessante: le montagne del vicino stato appaiono fortemente disboscate. Questo accade probabilmente perché, a causa delle basse temperature, che d’inverno scendono di molto sotto lo zero, e dell’assenza di combustibili alternativi, i cittadini nordcoreani sono costretti a utilizzare il legname dei boschi circostanti per riscaldarsi.
Source: WikiMediaNegli anni il confine è anche stato un luogo d’incontro tra i due stati. Ad esempio, una originale forma di collaborazione ha avuto luogo tra il 2004 e il 2016, periodo in cui un complesso industriale nei pressi della vicina città nordcoreana di Kaesong è stato gestito da aziende sudcoreane. In pratica, gli industriali sudcoreani si servivano di manodopera nordcoreana (circa 50.000 lavoratori), regolarmente stipendiata. Questa collaborazione giovava ad entrambi gli attori in gioco: la Corea del Sud poteva usufruire di manodopera a basso costo e la Corea del Nord aveva un importante flusso di entrata in valuta estera. La cooperazione, tuttavia, si è interrotta nel 2016 come risposta alle crescenti provocazioni nucleari e missilistiche da parte di Pyongyang.
Insomma, la DMZ è un luogo dalle mille sfaccettature, che dietro a un’apparenza grigia e desolata nasconde storie tra le più disparate. Escalation di violenza, tentativi di avvicinamento, improbabili fughe e bizzarri metodi di disturbo. Eppure, se dovessi dire qual è la cosa che più mi è rimasta impressa durante la visita, probabilmente citerei la disarmante convinzione nella risposta della guida del tour. Alla domanda “Do you think Korea will ever be reunified?”, ha replicato senza esitazioni: “Yes, one day”.
Di Matteo Giachi
23 anni e una laurea in comunicazione alle spalle