Eugenio Cau per Fuoricorso: giornalismo, social media e nuove sfide globali

30 Set , 2025 - Attualità

Eugenio Cau per Fuoricorso: giornalismo, social media e nuove sfide globali

Carissimi lettori di Fuoricorso, come ben sapete domenica 21 settembre la nostra redazione ha partecipato al Talk, la rassegna di conferenze organizzata da Il Post

Nel corso della giornata, oltre ad aver assistito agli incontri dal vivo, abbiamo anche avuto modo di intervistare alcuni giornalisti della testata, che ci hanno aiutato a capire meglio come vanno le cose nel mondo al momento e cosa significa, ad oggi, fare il giornalista.

Dopo Luca Misculin e Stefano Nazzi, abbiamo chiacchierato con Eugenio Cau, classe 1989, che, oltre ad essere giornalista del Post è anche autore e conduttore del podcast di esteri “Globo”. Il programma, attraverso un’intervista a settimana con ospiti vari, cerca di far luce sull’attualità, raccontando il mondo che ci circonda con chiarezza e curiosità. 

Nato a Bologna, laureato in Storia, ha vissuto per un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. Di sé stesso dice: “amo la Cina, gli esteri e le cose nuove”; e siccome le cose nuove e l’attualità piacciono anche a noi, gli abbiamo chiesto di illuminarci su alcune questioni riguardanti l’Intelligenza Artificiale, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia.

Eugenio Cau e Luca Misculin all’incontro I giornali stranieri, spiegati bene del Talk

Come si possono sfruttare in modo efficace i social media e l’intelligenza artificiale come mezzi di informazione? 

Sono due domande complicate. I social media abbiamo già iniziato a vedere come vengono sfruttati, ci sono varie testate e vari new media che nascono e stanno funzionando sui social media. Chiaramente è un tipo di informazione diverso: a mio parere sarebbe meglio se solo una parte dell’informazione fosse data dai social media e questa si andasse poi a coordinare con qualche altro tipo di supporto; però insomma c’è già un grande lavoro molto interessante dietro questo argomento.

L’Intelligenza Artificiale, mettiamola così, siamo ancora agli inizi, stiamo cercando di capire quali sono i problemi e quali sono invece i vantaggi, ma vedremo.

La disillusione legata alla natura dei social media (quindi aver scoperto che non sono media liberi dal controllo) può aiutare l’informazione tradizionale a trovare spazio oppure il sistema informativo è ormai troppo legato alle piattaforme?

Dipende prima di tutto da cosa si intende per controllo. Però no, secondo me il settore è ancora abbastanza in evoluzione. Lo abbiamo visto fino a tre o quattro anni fa, quando praticamente nessuno aveva ancora Tiktok e adesso invece ce l’hanno tutti e ci sono comunque ancora spazi. 

Ritieni che un giornale come il Post, prevalentemente digitale, sia un’evoluzione sufficiente del giornalismo oppure ci sono ulteriori passi avanti che si possono compiere?

Passi avanti si possono compiere sempre. Noi stessi continuiamo a evolverci in tutte le maniere che riteniamo interessanti.

Backstage dell’intervista a Eugenio Cau
Date le recenti evoluzioni derivate dall’inserimento di Tiktok nel mercato statunitense, pensi che la trattativa sia legata ad una questione puramente economica oppure che il sottofondo sia più che altro il controllo dei cittadini tramite i dati?

Gli accordi fra gli Stati Uniti e la Cina sono stati inseriti in un pacchetto molto più grande che riguarda gli accordi commerciali, ma anche le relazioni di breve-medio periodo fra i due Stati. La questione di Tiktok, che sappiamo era stato inizialmente vietato da una legge del Congresso che poi non è mai davvero stata messa in pratica, è entrata a far parte di questo pacchetto più grande di negoziati fra Trump e Xi Jinping. 

Date le recenti evoluzioni, come si potrebbe descrivere lo stato di salute del giornalismo americano sotto la presidenza Trump? Si può ancora parlare di libertà di opinione e di espressione?

Ancora sì, e stiamo parlando a settembre 2025. Tuttavia le cose stanno degradando, anche abbastanza rapidamente: abbiamo visto negli ultimi giorni il Late Show di Jimmy Kimmel cancellato di fatto dopo una minaccia dell’ Autorità delle Comunicazione statunitensi, abbiamo visto prima ancora quello di Stephen Colbert. Insomma, in generale stiamo vedendo che stanno iniziando dei meccanismi di censura o autocensura su alcuni media, magari quelli che hanno come proprietari dei miliardari i cui interessi potrebbero essere toccati dalle attività dell’amministrazione Trump. Questi meccanismi sono ancora molto embrionali, direi che negli Stati Uniti c’è ancora molta libertà di stampa, però stiamo iniziando a vedere qualche scricchiolio. 

Cosa pensi della recente parata militare avvenuta in Cina in cui la Cina si è mostrata un passo avanti, anche fisicamente, rispetto a Russia e India?

Il punto non era tanto che la Cina ha mostrato i muscoli, perché di parate militari in Cina se ne fanno tante, ma piuttosto che ha mostrato gli amici, gli alleati. Quello era un messaggio molto evidente da parte della leadership cinese per dire: mentre il cosiddetto Occidente (Stati Uniti, Europa, Giappone, Australia) sta iniziando a subire dei colpi sotto l’America First di Donald Trump, noi, Cina and friends, siamo più uniti che mai. 

Credi che la guerra in Ucraina abbia contribuito ad accelerare questo processo oppure è semplicemente il risultato dell’estremo avanzamento tecnologico della Cina?

La guerra in Ucraina ha sicuramente contribuito, nel senso che a un certo punto la Russia ha avuto la necessità di avere alleati e la Cina è, sotto molti punti di vista, venuta in soccorso; la Corea del Nord ancora di più perché ha mandato delle persone a combattere, mentre l’India si trova in una situazione un po’ complicata dove è un po’ con i piedi in due scarpe. Ovviamente è un Paese che da vent’anni viene corteggiato dagli Stati Uniti e dall’Occidente e le cose si sono fatte più complicate con Donald Trump; allo stesso tempo, l’India continua a comprare petrolio soprattutto dalla Russia e quindi la posizione dell’India, che sarà fondamentale, è ancora abbastanza incerta.


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