I leader mondiali all’Onu: i temi al centro del dibattito internazionale

3 Ott , 2025 - Attualità

I leader mondiali all’Onu: i temi al centro del dibattito internazionale

Da ottant’anni l’apertura annuale dell’Assemblea generale dell’Onu (Unga) riunisce a settembre i rappresentanti dei governi di tutti gli Stati, che si incontrano, dialogano e indicano le priorità per l’agenda politica dell’organizzazione per l’anno seguente. Le giornate più attese sono quelle del Dibattito generale (quest’anno da martedì 23 a lunedì 29), cioè quando i leader dei singoli paesi pronunciano a turno un discorso dallo stesso podio. Da lì, ognuno indica quelle che dal suo punto di vista sono le questioni prioritarie da affrontare, esprime la sua visione di mondo e propone le soluzioni da adottare.

E anche quest’anno, in un contesto internazionale fortemente instabile e in rapido movimento, le sfide globali indicate sono state numerose e differenti. Anche se la tragedia palestinese è stata l’argomento principale, si sono sollevati anche altri temi cruciali, come il cambiamento climatico, l’instabilità internazionale, la disuguaglianza economica tra Nord e Sud globale e la governance dell’IA.

All’apertura del Dibatti generale di questa 80esima Assemblea generale, il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha infatti dichiarato che: “Per decenni, i leader mondiali sono venuti su questo podio unico. È per questo che siete qui oggi. Perché, nel suo meglio, l’Onu non è solo un luogo di incontro: è una bussola morale, una forza per la pace e il mantenimento della pace […]. Un centro che trasforma le vostre decisioni – le decisioni degli Stati membri – in azione.

Ricostruire quanto è stato dichiarato dai leader nel Palazzo di vetro può aiutare quindi a chiarire l’orizzonte futuro del mondo e trovare una risposta alla domanda lanciata da Guterres agli oltre 150 Stati presenti: che tipo di mondo scegliamo di costruire insieme?

Fonte: UN Photo — Segretario generale dell’Onu Guteress all’80esima Assemblea generale dell’Onu

Il conflitto palestinese

La tragedia in corso a Gaza ha dominato i lavori dell’Assemblea generale. Sul tema è emersa una frattura sempre più marcata tra diverse aree del mondo, ma allo stesso tempo anche una condanna condivisa da un numero crescente di Stati verso l’azione scellerata del governo israeliano. La condanna delle violenze è stata pressoché unanime, sebbene accompagnata da approcci divergenti sulla via da seguire.

Ha catalizzato particolare attenzione il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di numerosi Paesi europei, in particolare Regno Unito e Francia. Un atto politico importante, che contestualmente ha fatto emergere forti divergenze nel blocco occidentale. Infatti, per questo gruppo di Stati il riconoscimento è considerato una condizione necessaria al processo di pacificazione nell’area, ma altri Stati come Germania e Italia ritengono che riconoscere ora uno stato palestinese sia un errore o, come ha detto il presidente Trump nel suo discorso, “un premio ad Hamas per le sue terribili atrocità”.

Un punto cruciale è stata la condanna contro Israele. Molti leader e lo stesso Segretario generale hanno chiesto un cessate il fuoco immediato, protezione per i civili e corridoi umanitari, ma non tutti hanno anche espresso una decisa critica verso l’operato del governo israeliano.

Le condanne più accese sono venute dagli stati del Sud globale. Il presidente turco Erdoğan ha mostrato all’assemblea fotografie di palestinesi in attesa di cibo a Gaza, chiedendo retoricamente quale giustificazione potesse esistere per tale brutalità nel 2025. Sulla stessa linea, il presidente sudafricano Ramaphosa e l’omologo brasiliano Lula hanno parlato apertamente di genocidio. In particolare, il primo ha ricordato che il caso è stato portato alla Corte internazionale di Giustizia dal suo Stato.

A New York il conflitto palestinese è stato quindi affrontato su due piani: da un lato l’appello netto di paesi arabi, africani e latinoamericani per la fine delle operazioni militari e il riconoscimento del genocidio in corso; dall’altro la divisione dei governi occidentali che, pur denunciando la crisi umanitaria, hanno sottolineato la necessità di tutelare la sicurezza di Israele e adottato posizioni più caute, anche se alcuni hanno riconosciuto lo Stato palestinese.

Fonte: UN Photo — Presidente sudafricano Ramaphosa all’80esima Assemblea generale dell’Onu

Guerre e crisi internazionali

Accanto a Gaza, il Dibattito Generale ha riservato ampio spazio alle altre crisi globali che minacciano la sicurezza internazionale.

In primo piano è rimasta la guerra in Ucraina, evocata dai leader europei come una sfida diretta all’ordine internazionale basato sul diritto e al principio di sovranità territoriale. L’Unione Europea, per bocca sia dei singoli Stati sia del presidente del Consiglio europeo António Costa, ha ribadito il sostegno a Kiev. Di contro, Trump si è posto in una posizione intermedia: ha affermato che la guerra “sta facendo sembrare pessima” la Russia, ma ha anche criticato gli alleati Nato perché alimentano il conflitto attraverso l’acquisto di petrolio russo. Il presidente ucraino Zelensky, tra le altre cose, ha ringraziato gli alleati per il sostegno e ha ricordato le atrocità compiute dalla Russia e le recenti incursioni di jet e droni russi nei cieli europei.

Al lato opposto, il ministro russo Lavrov ha incolpato i leader europei di non voler negoziare onestamente per porre fine al conflitto, in quanto Mosca è orientata alla pace e apprezza l’approccio pragmatico degli Stati Uniti, auspicando di continuare il dialogo iniziato con l’incontro in Alaska.

Oltre al conflitto ucraino, sono state sollevate con particolare insistenza anche le tensioni in Asia. La crescente presenza della Cina nel Mar Cinese Meridionale è stata citata da diversi rappresentanti dei governi come minaccia alla stabilità regionale, anche se la maggior parte degli interventi, come quelli di Filippine e Vietnam, ha evitato scontri diretti con Pechino, limitandosi a richiamare l’importanza del diritto internazionale e della libertà di navigazione. Altra questione saliente è quella di Taiwan, territorio rivendicato dalla Cina ma de facto uno autonomo. Per questo alcuni alleati dell’isola, come Palau e Paraguay, hanno dichiarato inaccettabile la sua esclusione dall’Assemblea dell’Onu.

Non sono mancati riferimenti alle crisi regionali africane: dal Sahel, dove il terrorismo jihadista e i colpi di stato hanno destabilizzato l’area, al Corno d’Africa, segnato da conflitti civili e carestie. Presidenti africani e mediorientali hanno ricordato che senza una risposta multilaterale coordinata, queste crisi rischiano di degenerare, diffondersi e alimentare nuove ondate migratorie.

Un filo conduttore emerso in molti interventi è stata la richiesta di riforma del Consiglio di Sicurezza Onu. Paesi africani, latinoamericani e asiatici hanno denunciato la sproporzione di un sistema in cui cinque membri permanenti detengono il potere di veto, paralizzando spesso l’azione dell’Onu proprio nei momenti di maggiore urgenza. La spinta verso un Consiglio più rappresentativo e un meccanismo di governance più efficace è segno che la sicurezza internazionale, per molti leader, passa anche dalla riforma delle istituzioni chiamate a garantirla.

Fonte: UN Photo — Presidente ucraino Zelensky all’80esima Assemblea generale dell’Onu

Crisi climatica e inerzia negli aiuti

Anche quest’anno la crisi climatica ha costituito un nodo centrale del Dibattito generale, spinto soprattutto dai Paesi del Sud del mondo. Questi governi hanno ribadito con forza la necessità di concretizzare le promesse fatte in varie sedi internazionali, sollecitando in particolare risorse concrete per il Fondo loss & damage. Si tratta di un fondo istituito durante la COP27 per aiutare i paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici a far fronte ai danni ambientali, come inondazioni, erosione costiera e siccità.

Oggi questo strumento finanziario esiste come meccanismo politico, ma resta largamente sottofinanziato e privo di procedure di accesso adatte, motivo per cui leader come quelli delle Micronesia e delle Isole Marshall hanno chiesto criteri operativi più efficaci e una capitalizzazione immediata, che dovrebbe provenire dagli stati più ricchi e responsabili di gran parte della crisi climatica.

Dall’altro lato, le grandi economie come l’Unione Europea hanno messo in evidenza investimenti e progressi nella transizione energetica, ma sono state anche richiamate alle loro responsabilità storiche: più di un intervento ha sottolineato la contraddizione tra impegni di decarbonizzazione e nuove esplorazioni o espansione di idrocarburi.

Di fronte anche agli Stati più colpiti dai cambiamenti climatici, il presidente Trump ha affermato che il riscaldamento globale non sarebbe altro che “la più grande truffa mai perpetrata nel mondo”, generando non poche reazioni di disapprovazione nel pubblico.

Fonte: UN Photo — Presidente marshallese Heine all’80esima Assemblea generale dell’Onu

Governance dell’Intelligenza Artificiale

L’intelligenza artificiale ha rappresentato una delle sfide emergenti più discusse all’80esima Assemblea generale, con i leader mondiali divisi tra opportunità e rischi. La presidente dell’Assemblea Generale, Annalena Baerbock, ha sottolineato che il futuro non dipenderà solo dagli algoritmi, ma dalle scelte collettive che verranno, ponendo l’accento sulla necessità di una governance globale dell’IA.

Le delegazioni che hanno discusso di questo tema hanno sottolineato due linee principali: il rischio che il progresso tecnologico allarghi il divario tra Nord e Sud e la necessità di regole globali per contenere i pericoli, da una parte, e la possibilità di sviluppo, dall’altra. Come ha ben sintetizzato il rappresentante del governo inglese, “l’IA può rafforzare la libertà, o può radicare la repressione”.

Infatti, leader come l’australiana Penny Wong hanno lanciato allarmi specifici sulla sicurezza, incluso il pericolo dell’uso dell’IA in sistemi d’arma, e invitato ad adottare norme vincolanti. L’India ha presentato l’IA soprattutto come leva per lo sviluppo, in quanto rappresenta un’opportunità da “democratizzare” a beneficio del Sud globale. Infine, rappresentanti africani hanno richiamato l’attenzione sul digital divide, chiedendo investimenti concreti in infrastrutture, formazione e accesso alle tecnologie.

La rilevanza – politica ma non solo – del tema ha spinto l’Onu a intervenire. L’Assemblea generale ha ufficialmente lanciato il Global Dialogue on AI Governance, un forum pensato per definire regole inclusive e responsabilità comuni nell’era dell’IA.

Un dibattito complesso, un mondo complesso

Ciò che emerge da questa panoramica dell’80esima inaugurazione dell’Assemblea generale è un insieme di sfide globali e un mondo ancora frammentato e diseguale. Per affrontare le crisi che incombono, come il cambiamento climatico, i rischi legati all’uso dell’IA e le guerre, sono necessari una governance internazionale efficace e un convinto multilateralismo. L’auspicio è quindi che vengano ascoltate e implementate le proposte di riforma dell’Onu, per cercare così di rendere l’Assemblea generale non solo un forum di discussione, ma anche il motore per un progetto di stabilità e pace internazionale. Per citare la presidente Baerbock “per creare un futuro migliore, dobbiamo lavorare insieme”.


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