Il CACCIATORE – Quando il conflitto cambia gli uomini

11 Dic , 2025 - Cultura

Il CACCIATORE – Quando il conflitto cambia gli uomini

Proprio in questo periodo dell’anno, nel dicembre del 1978 usciva al cinema una delle opere più crude e spietate del cinema americano della nuova Hollywood. Michael Cimino decise di raccontare l’orrore della guerra del Vietnam eliminando ogni sorta di celebrazione o romanticismo dalla sua pellicola: è così che nacque “Il Cacciatore”, una storia che ancora oggi è capace di offrire uno spunto di riflessione sulla situazione geopolitica nella quale siamo immersi.

Il film si apre con uno scorcio nella comunità operaia di una piccola e ordinaria cittadina della Pennsylvania, mostrandoci la vita placida e ordinaria dei protagonisti di questa storia. Michael “Mike” Vronsky (Robert de Niro), Nikanor “Nick” Chevotorevich (Christopher Walken) e Steven Pushkov (John Savage), sono tre amici accomunati dal lavoro in un’acciaieria e dalla passione per la caccia al cervo, che decidono di arruolarsi come volontari per la guerra in Vietnam. In questa prima parte Cimino dilata volutamente i tempi, facendoci immergere nella tranquilla vita dei nostri protagonisti, con lunghe riprese sul paesaggio e la bellissima e significativa sequenza della caccia al cervo.

Questo clima viene spezzato nella seconda metà della pellicola, con l’arrivo al fronte e l’entrata all’interno un sistema bellico caotico e disumanizzante. Qui la regia diventa cinetica, le atmosfere crude e violente. In questa parte del film il regista ci mostra tutta la violenza della guerra, con la terribile sequenza della roulette russa e la successiva fuga dei nostri protagonisti.

L’ultima parte del film, incentrata sul ritorno a casa, è quella in cui emerge la critica di Cimino verso le conseguenze di un conflitto come quello del Vietnam, mostrando i segni del trauma che la guerra ha lasciato sui reduci e la loro incapacità di tornare alla propria vita. In questa ultima sezione le atmosfere della pellicola diventano cupe e opprimenti, proprio per sottolineare al meglio questo senso di alienazione e inadeguatezza sociale. Il trauma subito viene emerge soprattutto dalla sequenza della battuta di caccia, nella quale il nostro De Niro si vede ormai talmente segnato dalla sua esperienza in Vietnam da non riuscire più nemmeno a premere il grilletto quando si trova il cervo sotto tiro. Altri invece non riescono neanche a tentare di ricominciare la propria vita, come Nick – interpretato da un magnifico Christopher Walken, che in questo film ruba assolutamente la scena – che si rende conto di non essere mai tornato veramente dal fronte.

Insomma, un film che merita di essere riscoperto, che non cerca consolazioni e racconta un’America che si accinge ad entrare negli anni 80, in un clima di benessere e edonismo totalmente fittizi – clima reso magnificamente nell’ultima sequenza, dove i protagonisti cantano “God Bless America” con apatia e disillusione.

Cimino con questo film ci invita a non dimenticare quello che accade dopo le guerre, perché i conflitti non finiscono con gli accordi di pace o con la vittoria di una delle due parti. I conflitti continuano nella mente e nei ricordi di chi sopravvive. Il trauma non è un effetto collaterale, ma ne è l’eredità diretta. Oggi, con temi come il riarmo e il servizio di leva che tornano a risuonare a gran voce nel dibattito pubblico, oggi che si torna a discutere così tanto di investimenti militari e di difesa, questa pellicola ci offre un prezioso spunto di riflessione sulle conseguenze su tutti coloro che in fin dei conti dalla guerra non sono mai veramente tornati.


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