Dai primi anni di età ci viene insegnato come lo sport sia una scuola di vita, un luogo dove i valori di rispetto, disciplina e impegno si trasformano in esempio. Gli atleti di alto livello, soprattutto coloro che rappresentano la nazionale italiana nella massima competizione olimpica, portano con sé non solo il peso di simboleggiare il proprio Paese ma anche quello di incarnare quei valori dello sport di cui tanto sentiamo parlare. È per questo che la vicenda che vede imputato il medagliato olimpico Antonino Pizzolato (bronzo nel sollevamento pesi sia a Tokyo 2020 che Parigi 2024), accusato di violenza sessuale di gruppo, assume una rilevanza ancora più grande.
Cos’è successo?
L’episodio contestato risale all’estate del 2022, quando una turista finlandese, in vacanza in Sicilia con due amiche, avrebbe conosciuto in un ristorante un gruppo di giovani italiani, tra cui Pizzolato. Le amiche della donna, a un certo punto della serata, si sarebbero allontanate e la giovane avrebbe proseguito la serata con il gruppo recandosi con loro in un residence. Lì, stando all’accusa, lo stato di alterazione indotto dall’alcol sarebbe stato sfruttato per abusare di lei, con rapporti sessuali non voluti e senza consenso. Lo stupro si sarebbe interrotto quando la ragazza, in lacrime, avrebbe chiesto di tornare nel suo albergo.
Al momento Pizzolato è a tutti gli effetti imputato dei reati contestati poiché ci sono un’accusa formale e una richiesta di condanna: 10 anni per ciascuna delle quattro persone coinvolte. Viene richiesta anche l’aggravante di aver agito in gruppo. La PM Giulia Sbocca ha dichiarato: “nessun elemento è emerso durante il processo in grado di provare l’esistenza di un consenso”. Al contrario, Pizzolato e gli altri imputati, affermano che la ragazza fosse consenziente. I difensori hanno presentato un video girato con il telefono di uno dei quattro, sostenendo che le immagini dimostrerebbero la partecipazione consenziente della donna ai rapporti. Per i PM, invece, si tratta di una prova dell’assenza di consenso libero ed informato. In aula Pizzolato ha difeso la sua posizione parlando di una “serata euforica ma lucida”; l’accusa, dal canto suo, ritiene veritiera la ricostruzione delle tre turiste, tornate in Italia per testimoniare. Il processo è aggiornato a gennaio e riprenderà con le arringhe delle difese.

È davvero lo sport che vogliamo?
Un elemento che rende la vicenda ancora più discussa è il fatto che, nonostante il processo fosse già in corso dal febbraio 2024, Pizzolato sia stato regolarmente convocato per le Olimpiadi di Parigi e abbia gareggiato vincendo anche una medaglia. Tuttavia, la notizia del rinvio al giudizio è stata resa nota solo ora. La sua presenza sulla pedana olimpica, mentre in tribunale venivano ascoltate testimonianze sulla presunta violenza, ha sollevato interrogativi profondi.
Il pesista siciliano, però, già nel marzo del 2018 era stato squalificato per dieci mesi dalla Federazione Italiana Pesistica. In quell’occasione Pizzolato aveva mostrato “video pornografici” per vantare le proprie “arti amatorie” e aveva messo in atto “minacce, intimidazioni, atti di prevaricazione, anche di violenza fisica in alcuni casi” verso gli atleti, anche minorenni, del centro di preparazione olimpica dell’Acquacetosa a Roma. Nelle motivazioni della sentenza il tribunale federale parlava di atti di “particolare gravità”, di “possibile bullismo”, di comportamenti “intimidatori, di prevaricazione e minaccia nei confronti di giovani atleti per lo più minorenni”. L’attuale direttore tecnico della Nazionale, Sebastiano Corbu, che era anche DT nel 2018 riponeva fiducia nel recupero del suo atleta di punta: “Per noi il ragazzo può essere recuperato. Tornato “libero”, dovrà ripartire da zero e potrà dimostrare di essere maturato”. A distanza di sette anni e due medaglie olimpiche conquistate i conti con la giustizia del classe ‘96 non sembrano ancora essere risolti.
Una storia già vista troppe volte
Il caso di Pizzolato richiama immediatamente alla mente quello del giocatore di beach volley Steven van de Velde, atleta olandese che, pur essendo stato condannato anni prima per stupro, ha comunque partecipato a Parigi 2024, scatenando proteste internazionali e indignazione da parte di pubblico e associazioni. La somiglianza tra i due casi non riguarda la posizione processuale (nel caso di Van de Velde c’era già una condanna definitiva), ma il meccanismo: la capacità dello sport di “assorbire” o sospendere la rilevanza morale dei comportamenti personali in nome della performance agonistica.
In Italia un altro caso simile è quello che ha interessato il centrocampista della Reggiana, Manolo Portanova. Nel dicembre del 2022, il classe 2000, era stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione con l’accusa di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza di vent’anni. Ma, nel marzo del 2024, la Corte federale d’appello della FIGC ha sospeso il giudizio sul giocatore “sino alla formazione del giudicato in sede penale”. Di conseguenza Portanova continua a giocare in attesa delle sentenze degli altri due gradi di giudizio. In seguito a questa vicenda le tifoserie di Genoa e Bari si sono opposte al tesseramento del calciatore campano, che è riuscito a tornare in campo con la maglia granata del club emiliano, dopo una trattativa che non è stata priva di polemiche.
Questi episodi mettono a nudo una contraddizione profonda: lo sport si presenta come luogo di valori assoluti, ma nella pratica, quando un atleta è di alto livello, la tutela dell’immagine o della performance sembra prevalere sulla tutela della dignità delle vittime o sulla serietà delle accuse. La partecipazione olimpica di un atleta imputato per un reato gravissimo lancia un messaggio ambiguo: che il merito sportivo possa, in qualche modo, compensare o sospendere la responsabilità.
A cura di Laura Garau, Luca Innocenti e Claudio Maraglino