Il 2 aprile è la giornata internazionale del fact-checking. Per l’occasione, ogni anno il Poynter Institute – organizzazione mondiale senza scopo di lucro – redige un report sulle condizioni di chi svolge questa professione.
L’ultimo report State of the Fact-Checkers, riferito all’anno 2025, pone una serie di domande alle organizzazioni di fact-checking e ne analizza differenti aspetti. Hanno risposto 141 organizzazioni distribuite in 71 paesi, una rappresentazione del 77,5% del totale delle organizzazioni.
I dati emersi hanno tradotto la situazione di un settore sempre più in crisi ma altrettanto necessario.
La riallocazione dei finanziamenti
Il primo dato che il report traccia è quello dei finanziamenti alle organizzazioni di fact-checking.
Meta non è più la loro principale fonte di entrate da quando ha deciso di interrompere e abbandonare il programma di fact-checking di terze parti. Inoltre, la serie di tagli allo USAID – l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale che, tra le altre cose, finanziava anche numerosi programmi di supporto ai media indipendenti e alla verifica dei fatti– ha gravato ancora di più sulla spesa in Europa orientale, Africa, America Latina e Asia.
Rispetto al 2024, quindi, il principale metodo di finanziamento per le organizzazioni si è ridotto alle sovvenzioni di terze parti, aumentate dal 45,3% al 46,2% delle entrate finanziarie delle stesse.
Questo cambiamento ha intaccato fortemente anche i bilanci delle organizzazioni: più del 70% non ha raggiunto i 500.000 dollari nel 2025. Allo stesso tempo, a diminuire vertiginosamente è la percentuale di organizzazioni con introiti superiori ai 500.000 dollari, dal 17% all’8,5%.
Solamente il 22,6% delle organizzazioni ammette di potersi considerare economicamente sostenibile. Più del 60%, al contrario, si descrive come vulnerabile e debole strutturalmente, confermando la dipendenza da un unico finanziatore.
La sostenibilità finanziaria, quindi, rimane la più grave minaccia e sfida nel 2025: l’89% delle organizzazioni lo ha identificato come problema principale.

Il personale
Tra le sfide che le organizzazioni di fact-checking devono affrontare, sembrano essere apparentemente diminuite quelle relative alla ricerca di personale e competenze.
Il dato ci racconta di un aumento del taglio del personale (segnalato dal 38% delle organizzazioni) e una diminuzione delle assunzioni con contratti a tempo pieno (dal 42,6% del 2024 al 23,4% del 2025).
Questo cosa significa? Un minor numero di dipendenti all’interno delle organizzazioni significa che la copertura delle notizie diminuisce a sua volta: a subire i tagli maggiori sono state le tematiche relative al cambiamento climatico e quelle storiche.
Il pubblico
Source: https://unsplash.com/it/foto/acceso-imac-e-apple-magic-keyboard-e-mouse-sul-tavolo-mQxttWjHFjAAll’interno del report non sono presenti unicamente dati sconfortanti. Le organizzazioni di fact-checking nel 2025 hanno raggiunto molte più persone rispetto all’anno precedente.
Il 62% delle organizzazioni sottoposte al questionario ha, infatti, affermato di aver ottenuto un aumento dei fruitori dei loro contenuti.
Bisogna considerare che questa tendenza è fortemente correlata all’eterogeneità dei formati che gli istituti hanno adottato per comunicare.
Il formato scritto perde sempre più terreno: i long form passano dal 24% al 18%. Il 54,7% delle istituzioni ha deciso di adottare il formato dei video brevi, insieme a caroselli ed infografiche.
L’altro elemento di fondamentale innovazione che si sta diffondendo è quello di permettere la fruizione dei loro contenuti in più lingue (le pubblicazioni in una sola lingua sono scese dal 47% al 39%). In questo modo l’accessibilità dei prodotti aumenta, così come il bacino di utenza.
Per quanto riguarda l’accessibilità di questi prodotti, la quasi totalità delle organizzazioni ha affermato di aver mantenuto i loro prodotti gratuiti. Solamente il 3,6% ha affermato di aver messo dei paywalls.
Collaborazioni e pressioni legali
Le difficoltà sempre più stringenti per le organizzazioni hanno causato l’aumento delle collaborazioni. La quasi totalità afferma di produrre contenuti in collaborazione con partner come organizzazioni non governative, società civile o realtà accademiche.
Rispetto all’anno precedente, un dato in aumento ha riguardato anche il coinvolgimento delle associazioni di fact-checking in cause legali, che impennano dal 16,4% al 20,4%. Le autorità governative sono la causa principale di pressioni o restrizioni al loro lavoro. La frequenza degli attacchi alle organizzazioni di fact-checking è aumentata, anche se è diminuito il fenomeno nel suo complesso: la prima passa dal 78% del 2024 al 65% del 2025.
Cosa ci dicono questi numeri
Se fino a questo momento le organizzazioni di fact-checking guardavano a loro stesse e stabilivano l’efficacia delle loro azioni su parametri riconducibili a quelli giornalistici – lettori, traffico, numero di articoli – è tempo che questa cosa cambi.
Bisogna considerare che le nuove modalità di diffusione della disinformazione sono le reti informali, i messaggi privati e i social network. È proprio in questo contesto che il fact-checking deve inserirsi, trovare un nuovo ruolo all’interno delle infrastrutture cittadine e smettere di comportarsi come singolo prodotto editoriale.
Il report del Poynter Institute conferma che la fruizione dell’informazione oggi passa per reti chiuse e private e tramite formati sempre più brevi: è in questi spazi che il fact-checking deve arrivare.
Oltre alla realizzazione di un buon prodotto, anche la sua diffusione è un elemento da tenere strettamente in considerazione: è necessario che si diffonda nella maniera più vasta possibile in modo tale da avere un impatto realmente efficace sulla cittadinanza.
Che fare?
Quello di cui le organizzazioni di fact-checking hanno bisogno è un cambiamento di prospettiva. I prodotti di fact-checking devono essere ripensati in modo tale da diventare parte dell’infrastruttura civica che viene vissuta dalla popolazione.
Non solo produrre, ma diffondere. Questa diffusione passa per traduzioni, collaborazioni con la società civile e personalità note, formati adatti ai social network – media che realmente e quotidianamente vengono utilizzati dai cittadini.
Fare in modo che i cittadini si avvicinino a questi strumenti, renderli parte della rete di supporto a cui possono fare affidamento è un modo per poter rendere il processo informativo più consapevole e più sicuro, anche – e soprattutto – per loro.
Source: https://unsplash.com/it/foto/puzzle-di-cooperazione-per-il-lavoro-di-squadra-aziendale-isolato-ZQu4nye2DNcChe cosa significa?
A un cambio di prospettiva del genere consegue che l’interesse verso le associazioni non si misurerebbe solamente in relazione alla produzione dei contenuti, quanto più al grado di diffusione.
A ciò non si affiancherebbe una perdita di autorevolezza ma piuttosto una percezione meno elitista della professione.
La garanzia di fiducia da parte dei lettori è l’elemento fondamentale alla base della continuità di questa professione. Riversarsi sui canali che la cittadinanza utilizza significa cercare e ottenere l’approvazione e la stima da parte del pubblico.
Quando la sfera pubblica è frammentata è necessario trovare chi è in grado di aprire la via giusta per far sì che l’informazione arrivi dove i cittadini si informano. È proprio per questo che il modello di informazione che regola il fact-checking deve essere in grado di evolversi e soprattutto espandersi.
Federica Ciminari
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