Le proteste in Iran e lo spettro degli scià

26 Feb , 2026 - Attualità

Le proteste in Iran e lo spettro degli scià

Lo scorso fine settimana sono riprese, dopo qualche settimana di pausa, le proteste contro la Repubblica Islamica in diversi atenei iraniani. L’ondata di mobilitazioni in corso è partita dal Gran Bazar di Teheran lo scorso 28 dicembre, e la risposta del regime è stata durissima: a metà gennaio, per ammissione delle stesse autorità iraniane, erano state uccise oltre 2000 persone. Dall’8 gennaio, inoltre, il regime aveva imposto la chiusura di Internet, limitando la diffusione di materiali video che documentavano la brutalità della repressione.

Intanto sono nuovamente aumentate le tensioni con gli Stati Uniti, le stesse che la scorsa estate avevano portato alla guerra dei dodici giorni, che aveva visto Israele e gli Stati Uniti schierati contro la Repubblica Islamica. Se oggi gli Stati Uniti sembrano essere sul punto di attaccare nuovamente l’Iran è in buona parte per via del timore per la proliferazione nucleare, lo stesso motivo che aveva portato all’offensiva dello scorso giugno. 

Da settimane gli Stati Uniti – pur avendo avviato le trattative diplomatiche con l’Iran – continuano a intensificare la propria minaccia militare, con decine di navi da guerra che sono state schierate nel mar Arabico. L’Iran ha a sua volta rafforzato le proprie difese in vista di un attacco americano, ma ha anche mostrato segni di maggiore apertura alla negoziazione sul nucleare: negli scorsi giorni il viceministro degli Esteri ha affermato che l’Iran è pronto a fare “tutto il necessario” per raggiungere un accordo. 

Durante le proteste di gennaio, il presidente Trump aveva espresso sostegno ai manifestanti iraniani, dichiarando che gli Stati Uniti erano “pronti ad aiutare chi lotta per la libertà”. 

È difficile convincersi della sincera volontà del presidente di aiutare il popolo iraniano, ma queste affermazioni sembrano essere state recepite positivamente da almeno una parte della popolazione. Non è mai facile farsi un’idea del clima di opinione in Paesi con livelli così elevati di censura, e il blackout di Internet non ha fatto che peggiorare le cose. Tuttavia, diversi media occidentali hanno riportato che gli iraniani sarebbero così disperati che molti di loro avrebbero iniziato a sperare in un attacco americano che possa rovesciare il regime.

C’è una persona che ha provato, e in buona parte è riuscito, a sfruttare questa situazione per aumentare la propria popolarità: Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi.

Source: Wikimedia Commons | CC BY-SA 2.0 DE
Reza Pahlavi mentre tiene un discorso all’Università dell’Arizona.

Pahlavi Jr. aveva solo 18 anni e viveva negli Stati Uniti nel 1979, quando in Iran scoppiò la rivoluzione che avrebbe portato alla deposizione del padre, destinato a morire in esilio solo un anno dopo. 

Dopo la morte del padre, Pahlavi non poté tornare in Iran. Continuò a vivere negli Stati Uniti e cercò di proporsi come il legittimo erede della monarchia iraniana, ma senza alcun successo: non solo non trovò supporto all’estero, ma in Iran il regime degli scià era così impopolare che praticamente nessuno auspicava il suo ritorno. 

La storia della dinastia Pahlavi – composta, in realtà, da sole due persone, il generale Reza Pahlavi e il figlio Mohammad – è una storia di rapida modernizzazione in senso filo-occidentale, ed è anche una storia di repressione e autoritarismo. Sotto Mohammad, l’Iran divenne il principale alleato degli Stati Uniti nella regione del Golfo. La famigerata polizia segreta iraniana, la Savak, nota per le terribili torture contro i dissidenti, veniva finanziata dalla CIA. La brutalità del regime dello scià venne documentata, tra gli altri, da Amnesty International in un report del 1976.

Eppure, nelle proteste di gennaio molti iraniani hanno inneggiato al ritorno del figlio dello scià, esibendo cartelli con il suo ritratto e sventolando bandiere dell’Iran monarchico. Alcuni utenti di X, tra l’altro, hanno chiesto alla piattaforma, e hanno ottenuto, che l’emoji con l’attuale bandiera iraniana venisse sostituita proprio con la bandiera monarchica: lo stesso tricolore, ma con al centro il leone, stemma della dinastia Pahlavi, al posto del simbolo della Repubblica Islamica. 

In realtà è molto improbabile, se non impossibile, che avvenga realmente il ritorno dello scià, e lo stesso Pahlavi sembra esserne consapevole. Nella sua bio di Instagram si definisce favorevole a un regime “secolare e democratico” in Iran. I suoi sforzi, diplomatici e lobbistici, si stanno concentrando sull’ottenimento del sostegno dell’Occidente – che sembrano aver avuto un certo successo con il presidente Trump e con il governo israeliano, e che l’hanno addirittura portato a partecipare alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco – e sull’aumento della propria popolarità in patria. Anche qui, è difficile stabilire quanto questi tentativi siano efficaci. Sicuramente in Iran è sempre esistita una fascia della popolazione nostalgica del regime degli scià, visto da alcuni come un periodo di relativa pace e prosperità. Ad ogni modo, il supporto per Pahlavi storicamente si è concentrato nella popolazione maschile, anziana e delle zone rurali, come emerge anche da un report pubblicato nel 2025 da una ONG olandese. 

Tuttavia, qualcosa sembra essere cambiato: gli iraniani sono sempre più demoralizzati, l’opposizione è sempre più divisa, e l’opzione del ritorno dello scià ha cominciato ad essere appetibile per fasce più ampie della popolazione. Come già detto, è davvero improbabile che il regime degli ayatollah venga sostituito da una nuova monarchia guidata da Reza Pahlavi, ma questo ha iniziato a proporsi come una potenziale figura di transizione qualora l’attuale regime dovesse venire rovesciato. E sembra che stia avendo successo, almeno in parte, la strategia portata avanti da lui e dal suo team: quella di presentare Pahlavi e il regime islamico come due opzioni dicotomiche, incoraggiando gli iraniani a vedere la prima come il “male minore”.

L’Iran è un Paese con una popolazione giovanissima, composta da persone nate, per la maggior parte, dopo la rivoluzione islamica del 79. Ed è anche, tra le popolazioni del Medio Oriente, una delle più urbanizzate e delle più istruite. Alla luce di questi fatti, e dello scarso sostegno che la dinastia degli scià ha sempre trovato nelle fasce più giovani e istruite della popolazione, non è ragionevole preoccuparsi che la mobilitazione in corso assuma contorni spiccatamente filo-monarchici. 

Ma se si unisce la disperazione degli iraniani al relativo successo della campagna di lobbying di Reza Pahlavi, e al relativo entusiasmo con cui sembrano essere state accolte le affermazioni di Trump sul rovesciamento del regime, il quadro che emerge è quello di una situazione sicuramente mutata rispetto al passato. Una situazione in cui forse è vero che gli iraniani, in misura crescente, sono disposti ad accettare il “male minore” piuttosto che continuare a vivere sotto questo regime.

Sui social è sempre stato frequente, già ai tempi di Donna vita e libertà, imbattersi in post che dipingono il periodo degli scià come una sorta di paradiso perduto. Foto che ritraggono donne senza l’hijab, che indossano tailleur e scarpe col tacco, quando non addirittura minigonne e costumi da bagno. Il ritratto di un Iran che sembra essere avanti anni luce rispetto a quello degli ayatollah, che abbiamo imparato ad associare all’imposizione del velo islamico, nonché alla tortura e all’uccisione, da parte della “polizia morale”, di Mahsa Amini e di tante altre come lei, per aver osato ribellarsi a queste imposizioni. 

@mishakordestani

My mother at her 5th grade graduation, my maternal grandmother as a member of a feminist group, my paternal grandmother as a nurse… #iran #iranrevolution #iranregimechange #iranianrevolution #persian #persiantiktok

♬ idea 10 – Gibran Alcocer

Le donne ritratte in quelle vecchie foto un po’ nostalgiche sembrerebbero in tutto e per tutto occidentali, se non fosse per i lineamenti mediorientali e per le descrizioni, che spesso riportano frasi come “my family in Iran before the revolution”. Circolavano così tante foto e video con questa descrizione, che “my family in Iran before the revolution” si è praticamente trasformato in un meme

Questo meme, come spesso accade, fornisce uno spunto di riflessione interessante. 

Quelle immagini – quelle serie, non i meme – vengono perlopiù condivise da iraniani in diaspora che soffrono per le proprie famiglie in Iran, e si aggrappano al ricordo di un periodo percepito come migliore e più libero, nella speranza che le cose possano cambiare e che i propri cari possano tornare ad essere felici. Ma sono anche immagini che fanno vedere una parte molto piccola di cosa significava vivere nell’Iran degli scià. Spesso ritraggono famiglie benestanti di Teheran, fortemente secolarizzate e che avevano adottato costumi molto simili a quelli occidentali. Senza mostrare le famiglie delle zone rurali, che anche all’epoca erano più religiose e lontane dai lussi della capitale. 

Ma soprattutto, non fanno vedere che anche quella modernizzazione aveva un prezzo: quello di vivere sotto uno dei regimi più repressivi del Medio Oriente, senza alcun diritto politico e con diritti civili pressoché inesistenti. Sembrano quasi suggerire che tutto ciò fosse tollerabile, finché alle donne era consentito uscire in minigonna. E, forse la parte peggiore, sembrano suggerire che il totale appiattimento dei costumi locali, e l’adesione anche forzata a modelli di vita occidentali, sia il massimo a cui i popoli del Medio Oriente devono e possono aspirare. 

Ovviamente spetta agli iraniani stabilire cosa è meglio per loro, cosa che potranno fare solo quando il regime degli ayatollah lascerà spazio ad una democrazia. E non è sicuramente indice di insensibilità culturale o di islamofobia affermare che la Repubblica Islamica è, a sua volta, uno dei regimi più brutali e repressivi del Medio Oriente contemporaneo, come a suo tempo lo è stato il regime degli scià. Cercare di stabilire quale dei due sia peggio sarebbe squallido e inopportuno.

Ma è anche triste che spesso il dibattito sull’Iran sembri impostarsi su questa dicotomia: bisogna scegliere tra un regime autoritario islamista e uno, pur sempre autoritario, filo-occidentale e asservito agli interessi statunitensi. Dimenticandosi che, tra le innumerevoli cause che portarono alla rivoluzione del 1979, c’era anche l’insofferenza per la modernizzazione e l’occidentalizzazione imposte dall’alto da Mohammad Reza Pahlavi. Ed è proprio per questo – oltre che per il carisma di certe figure del clero sciita – che l’Islam divenne il collante di quella rivoluzione, un simbolo della rivendicazione di indipendenza dell’Iran dall’occidente. 

Questi post sui social non rappresentano in alcun modo la posizione degli iraniani in merito alla monarchia. Come già detto, è molto difficile sapere cosa ne pensino realmente. Ma se potessimo parlare con gli studenti che stanno protestando in questi giorni, probabilmente la maggior parte di loro non ci direbbero cose carine su Reza Pahlavi e su suo padre. 

Tuttavia, questi post e i dibattiti che ne derivano possono dirci qualcosa sull’opinione pubblica occidentale e sulla sua frequente tendenza a trasformare questioni nei fatti molto più complesse in una sorta di scontro di civiltà, arrivando a volte anche a romanticizzare terribili regimi autoritari, purché siano, almeno in apparenza, più vicini alle nostre idee di progresso e modernità.

Solo il tempo potrà dirci cosa succederà in Iran, se gli Stati Uniti torneranno ad attaccarlo, se il regime degli ayatollah resisterà e quale sarà il ruolo di Reza Pahlavi. Ma intanto, da questa parte del mondo, credo che dovremmo provare a resistere alla tentazione di vedere il ritorno degli scià come un’alternativa rosea all’inferno in cui vivono oggi gli iraniani.


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