“Le verità nascoste” – la storia manipolata

19 Feb , 2026 - Cultura

“Le verità nascoste” – la storia manipolata

Fare la storia

La storia, è vero, la si fa. Ma poi la si scrive e la si legge. E ciò che viene letto passa irrimediabilmente per la responsabilità di chi scrive. È proprio qui che, allora, vale la pena interrogarsi sull’identità e le intenzioni di chi ha deciso di impugnare quella penna e dare voce a quella storia.

“Si potrebbe forse sostenere che in campo storico le verità definitive, al di la di quelle fattuali e comprovate (ma talvolta neanch’esse) non esistano”.

Paolo Mieli chiude così l’introduzione del suo libro Le verità nascoste (Rizzoli, 2019). All’interno, trenta casi di manipolazione della storia vengono “riesumati” e analizzati, andando a capovolgere eventi e narrazioni che per lungo tempo sono stati vittima di interpretazioni – apparentemente – non così vicine alla realtà.

Paolo Mieli

Il libro

L’autore decide di dividere il libro in tre grandi aree tematiche: le verità indicibili, le verità negate e le verità capovolte.

Le verità di cui parla Mieli coprono un arco temporale molto vasto: dalla storia di Agrippina e le sue trame articolate per sedare la sua sete di potere, alla grande fama, ridimensionata, di Spartaco. Dal “giorno più buio di Palmiro Togliatti” fino al complesso percorso del corpo di Goffredo Mameli.

Le verità nascoste permette di riflettere su come l’intento manipolatorio non sia una tendenza caratterizzante unicamente la modernità e su quanto sia importante, davanti ad ogni tipo di racconto storico o contemporaneo, porsi delle domande, mantenere e manifestare interesse.

Nonostante ciò, ritengo che questo libro non sia per tutti. Paolo Mieli mantiene uno stile storico-giornalistico; il che può sfiduciare, ed obbiettivamente annoiare, coloro non affini a questo tipo di lettura. Se da un lato ci si può far attrarre dalla possibilità e dalla curiosità di scoprire la verità dietro determinati “miti”, dall’altro davanti alle pagine del libro ci si ritrova spesso a leggere intere citazioni di opere altrui.

Lodevole è sicuramente il lavoro di ricerca e di riferimenti a cui Mieli si affida all’interno di ogni “verità storica” raccontata; lavoro che può essere constatato anche dalle numerose pagine dedicate alla bibliografia di riferimento. Questo elemento è sicuramente ciò che più di tutti rende l’opera, a mio parere, molto interessante, che ne fa un tesoro enorme di titoli da poter approfondire riguardo i temi che più catturano l’attenzione e da cui maggiormente si viene colpiti.

Personalmente, ho trovato interessanti numerosi capitoli perché mi hanno permesso di osservare gli eventi da prospettive differenti, di conoscere dettagli della vita dei protagonisti che difficilmente vengono menzionati e verso la cui lettura non avrei avuto, altrimenti, l’ardore di spingermi. Inoltre, un monito che ho continuato a sentire costante durante tutto lo scorrere del libro è stato quello di non abbandonare mai il pensiero critico nei confronti di quanto si legge, vede o ascolta.

Nella nostra contemporaneità la polarizzazione politica sembra essere il solo elemento capace di contraddistinguere il dibattito pubblico e l’emozione e la visceralità tendono a prevaricare sul raziocinio e il ragionamento metodologico. Contro tale tendenza, questo libro rappresenta un rammento a mettere in discussione, con criterio, anche le verità che più ci sembrano fondate.

Il sano esercizio della dimenticanza

Il pensiero critico a cui ho fatto riferimento mi consente però di pormi in disaccordo con l’ultimo capitolo del libro, intitolato “Il sano esercizio della dimenticanza”. L’autore sembra infatti condividere, riprendendole, le parole della regista e scrittrice francese Marguerite Duras, la quale afferma che “forse la dimenticanza dovrebbe diventare una parte integrate della memoria”. A maggior ragione per la “memoria dei torti subiti”, incalza l’autore.

Ed allora iniziano gli esempi: nell’Atene del V secolo a.C., al termine della guerra civile contro la tirannide dei Trenta, Trasibulo impose un “patto dell’oblio” che imponeva il divieto di tornare a rivangare il passato. Nel 1598 l’editto di Nantes promosso da Enrico IV cercò di fare lo stesso ponendo fine alle guerre di religione. Ed ancora l’amnistia concessa da Palmiro Togliatti agli ex fascisti nel 1946 o la pace civile svizzera.

Ma è davvero sano?

L’ oblio e la dimenticanza sembrano dover essere quindi il sugello e la cura per la riappacificazione dei popoli e per il superamento di ogni tipo di conflitto. Ma l’autore appare quasi contraddirsi poco dopo, ricordando come la fine dell’apartheid sudafricana, nel tentativo di seguire questo ragionamento, abbia fallito. La Commissione per la verità e la riconciliazione istituita nel 1995, incaricata di concedere l’amnistia a chi confessasse i crimini commessi e si rendesse disponibile ad aiutare a fare chiarezza, riuscì di fatto a concederla a sole 849 persone su 7112.  La riconciliazione non poteva passare attraverso un metodo simile, considerando che difficilmente la popolazione nera, a seguito di azioni del genere, avrebbe potuto davvero sentirsi risarcita.

La memoria è ciò che permette a ognuno di coltivare il proprio senso di consapevolezza e responsabilità e le conoscenze utili affinché le azioni individuali trovino un loro significato; soprattutto in un momento storico in cui questa memoria sembra essere, sia cognitivamente che da un punto di vista valoriale, sempre meno presente. Quello che mi chiedo è allora che beneficio possa avere l’idea della dimenticanza nei confronti di quella storia definita manipolata? Quelle verità nascoste non sarebbero maggiormente difficili da scoprire se tutti decidessimo di fare il gioco della dimenticanza?

Forse servirebbe invece continuare ad allenare la memoria per riuscire ad attingere da essa e comprendere in maniera più lucida e chiara tanti dei risvolti moderni. La memoria, in particolare quella storica, è un atto di responsabilità necessaria alla formazione individuale che permette la realizzazione di un impegno e di un’azione concreti. Elementi che, no, non dovrebbero essere dimenticati.


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