Mediterraneo, migrazioni e giornalismo. L’intervista a Luca Misculin

26 Set , 2025 - Attualità

Mediterraneo, migrazioni e giornalismo. L’intervista a Luca Misculin

Domenica scorsa, 21 settembre, la redazione di FuoriCorso è andata al Talk, la rassegna di conferenze organizzata da Il Post. Durante la giornata abbiamo avuto l’occasione di intervistare alcuni giornalisti della testata, confrontandoci sui temi che stanno a loro più a cuore, su come sta andando il mondo e sullo stato di salute del giornalismo. Questa prima intervista è stata realizzata a Luca Misculin, e a breve usciranno anche quelle ai giornalisti Stefano Nazzi, autore del celebre Indagini, e a Eugenio Cau, autore e conduttore del podcast di esteri Globo.

Il primo intervistato quindi è Luca Misculin, dal 2013 giornalista a Il Post, dove scrive soprattutto di “Europa, migrazioni e cose antiche”. Ha anche curato diversi podcast, come Una mattina, La fine del mondo e L’invasione. Un tema che gli interessa particolarmente è la migrazione, in particolare nel Mediterraneo. Sul tema ha prima realizzato il podcast La nave e ora il suo primo e nuovo libro Mare aperto. Storia umana del Mediterraneo centrale. Il libro è un saggio-reportage che racconta la storia millenaria del Mediterraneo attraverso analisi, racconti e testimonianze, soffermandosi sulla zona centrale di questo mare, quel quadrato fra la Sicilia, Malta, la Tunisia e la Libia. Viene così raccontata questa grande “epopea umana” che è la storia del Mediterraneo, un luogo che sa essere un mare di vita ma anche di morte.

Eugenio Cau e Luca Misculin all’incontro I giornali stranieri, spiegati bene al Talk a Faenza

Da tanti anni ti occupi di immigrazione e adesso hai dedicato al tema un libro, “Mare Aperto”. Perché ti interessa questo tema? Qual è il motivo che ti ha spinto a scrivere il libro?

Mi interessa scrivere di immigrazione perché la migrazione è un fenomeno eminentemente umano. Soltanto noi migriamo nel vero senso della parola. Gli uccelli migratori, per esempio, compiono le stesse traiettorie circolari da generazioni e generazioni. In generale la migrazione degli animali è mossa dalla ricerca di cibo e del luogo in cui riprodursi o morire, ed è sempre molto a corto raggio, cioè riguarda se stessi oppure i loro cuccioli al massimo. Invece l’uomo è l’unico animale che migra davvero, cioè usa la sua immaginazione e creatività per spostarsi a lunga distanza. Va in un posto in cui dovrà o fondare una nuova società o integrarsi in una già esistente, e soprattutto lo fa pensando non solo a se stesso e ai suoi figli immediati, ma anche alla propria generazione futura. Nonostante tutto questo sia sempre avvenuto, siamo tutti figli di migranti o siamo migranti a nostra volta, o comunque saremo genitori di futuri migranti.

La migrazione oggi è uno degli argomenti più divisivi nel panorama politico, non solo in Occidente. In un momento in cui il mondo sta procedendo molto molto velocemente, tutto un po’ ci spaventa ed è molto facile dare la colpa al diverso, al migrante, allo straniero. Ed è per questo che tutto l’enorme dibattito intorno alla migrazione è così politicizzato. Secondo me approfondire questo fenomeno nello spazio e nel tempo aiuta a dargli più profondità. Ciò mi ha spinto a scrivere il libro.

Infatti, parlare di immigrazione polarizza molto. Nel libro parli del Mediterraneo come un luogo di scambio di culture. Oggi è ancora così, nonostante il Mediterraneo venga narrato quasi come fosse un muro, se non nei fatti un cimitero?

Il Mediterraneo è sempre stato entrambe le cose, sia un luogo di scambio fra persone diverse sia un mare di morte. Questo mare ha fatto da sfondo alla prima vera epoca di globalizzazione umana, l’età del Bronzo, cioè quando per la prima volta le persone si sono scambiate a lunga distanza merci, idee e loro stesse. Al contempo, è stato ed è tutt’ora un mare che respinge. Oggi è un cimitero per le persone che dal Nord Africa si imbarcano per raggiungere l’Europa, ma anticamente lo era per le sanguinosissime battaglie navali che lì si sono combattute e per i pirati che lo infestavano. Altro che Pirati dei Caraibi, il vero mare pieno di pirati era il Mediterraneo. Quindi è sempre stato entrambe le cose, sia un mare di vita, sia un mare di morte. Resta però a noi scegliere a quale di queste due facce ispirarci per costruire il Mediterraneo del futuro.

Per raccontare questa “epopea umana” nel tuo libro ti soffermi soprattutto sul Mediterraneo centrale. Perché questo preciso spazio?

Nel mio libro mi soffermo sul quadrato di mare che va dalla Sicilia a Malta, alla Tunisia e poi alla Libia perché, secondo me, è il tratto in cui si coglie meglio la caratteristica principale del Mediterraneo: l’eterogeneità. Ma anche in modo quasi esasperato la sua contraddizione, essere sia un mare di vita sia un mare di morte. Infatti, il canale di Sicilia è il posto in cui oggi arrivano più persone migranti in assoluto in Europa, ma nemmeno in un’unica isola, cioè Lampedusa, ma addirittura su un unico molo, questa lingua di asfalto di 150 metri. E queste persone migranti sfuggono dalla cosiddetta Guardia Costiera libica, dalla guardia nazionale tunisina e da tutte quelle altre autorità a cui l’Europa e l’Italia hanno dato il compito di intercettarle e bloccarle. Quindi, ecco, qui si coglie come sia un mare che sa accogliere e al contempo respingere.

Il tuo libro è interessante anche per l’approccio narrativo che adotti, perché nel quadro più ampio del Mediterraneo si incrociano e si combinano tante piccole storie. Come mai questa scelta narrativa?

Perché, secondo me, la sfida del giornalismo contemporaneo è ancora quella che si era attribuito alle sue origini, cioè dare gli strumenti alle persone per capire meglio il mondo che sta intorno a loro. Per raggiungere questo obiettivo, noi giornalisti dobbiamo saper mischiare il macro, cioè la situazione a livello globale, i fenomeni giganteschi e i dati, con il micro, ossia la concretizzazione di questi numeri e fenomeni nella vita delle persone. Insomma, il miglior giornalismo è quello che riesce a unire micro e macro senza pendere troppo né da una parte né dall’altra.

Se guardiamo al mondo dell’informazione, si vedono diversi modi di fare informazione. Si riconoscono testate come Il Post che si soffermano molto sulle notizie, quindi magari si preferisce scrivere meno articoli, ma più approfonditi, mentre altri progetti giornalistici producono molti più contenuti in velocità, ma con meno cura. Come vedi la situazione del giornalismo in Italia da questa prospettiva?

Al Post puntiamo tantissimo sulla qualità e il confezionamento di ogni nostro articolo, podcast o evento, come se fosse un prodotto del nostro giornale al 100%, e quindi ci investiamo una grande quantità di tempo e di risorse per verificarlo e renderlo interessante. D’altra parte, ho la sensazione che altri giornali lavorino più per quantità, e allora facciano uscire 1700 pezzi al giorno, anche sull’ultimo tweet di una celebrità, per fare numero.

Credo che, al giorno d’oggi, serva di più un prodotto di grande qualità piuttosto che l’ennesimo sito o l’ennesima pagina Instagram che produca 700.000 contenuti, nessuno di questi davvero rilevante, verificato e, diciamo, realizzato con uno spessore e un’esperienza giornalistica che è quella che proviamo a mettere al Post.

Rispetto anche al contesto internazionale, se guardiamo al giornalismo italiano quali sono, secondo te, una sua criticità e una sua qualità?

Forse questi due punti sono i lati della stessa medaglia. Nel senso che in Italia il giornalismo ha sempre avuto grandissimi punti di contatto con la letteratura. Quindi ci sono stati grandissimi autori e autrici che soprattutto qualche anno fa, grazie alla loro competenza e alla loro capacità di scrittura, producevano un giornalismo notevolissimo. Oggi non siamo esattamente nella stessa situazione. Il giornalismo è un settore con pochi soldi, che non riesce ad attirare le migliori menti delle nostre generazioni, e purtroppo non lo fa da un po’. Il livello si è un po’ abbassato e quindi gli articoli non hanno più lo spessore di una volta.

E sul fronte digitale come siamo messi?

In Italia, l’età media delle redazioni è molto molto alta, anche perché siamo un paese molto anziano, e abbiamo anche una scarsa cultura digitale. Tutto ciò, secondo me, fa da tappo all’ingresso nelle redazioni di nuove persone, nuove generazioni con idee fresche e creative, aggravando così il problema che dicevo prima. Per fortuna questo non succede al Post, nel senso che da noi l’età media è credo la metà rispetto a quello delle redazioni dei giornali tradizionali. Anche qui noi proviamo a metterci il nostro pezzetto per provare a cambiare il mondo.

Allo stesso modo, si è visto come grazie al digitale molti giovani giornalisti utilizzino i social per portare avanti progetti personali, così da essere slegati dalla necessità di far parte di una testata o comunque di una redazione.

Questo è un grosso rischio perché, secondo me, più il giornalista o la giornalista diventa protagonista della storia che sta raccontando, più si frappone fra le persone che ascoltano o leggono e l’oggetto della vicenda raccontata. Ci vorrebbe davvero meno protagonismo, perché magari ti ritrovi qualcuno che promette di spiegarti la questione israelo-palestinese in un reel da 1 minuto e 40. Nuovi progetti giornalistici di questo tipo, anche personali, ti fanno riflettere sul fatto che qualcosa non sta andando esattamente nella direzione giusta.


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3 Responses

  1. […] Dopo Luca Misculin e Stefano Nazzi, abbiamo chiacchierato con Eugenio Cau, classe 1989, che, oltre ad essere giornalista del Post è anche autore e conduttore del podcast di esteri “Globo”. Il programma, attraverso un’intervista a settimana con ospiti vari, cerca di far luce sull’attualità, raccontando il mondo che ci circonda con chiarezza e curiosità.  […]

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