Sabato 18 ottobre migliaia di persone sono scese in piazza in oltre 2.000 città statunitensi, per protestare – ancora una volta – contro quella che i manifestanti descrivono come la svolta autoritaria dell’amministrazione Trump. Si è trattato a tutti gli effetti di un secondo round delle proteste No Kings dello scorso 14 giugno, organizzate in occasione della parata militare per il 250esimo anniversario dell’esercito americano (che per pura casualità era anche il giorno del 79esimo compleanno del Presidente).
Anche le dimensioni della protesta sembrano essere simili a quelle di giugno, a cui avevano partecipato, secondo le stime, tra le due e le quattro milioni di persone. Si tratta di numeri piuttosto rilevanti per una mobilitazione di piazza negli Stati Uniti, dove questa forma di manifestazione del dissenso è meno usuale che in Europa.
Questo a maggior ragione se si considera che dietro l’iniziativa non c’era un solo ente – e soprattutto non c’era il Partito Democratico – ma una serie di associazioni della società civile (più di 200) che hanno organizzato la mobilitazione attorno allo slogan No Kings. Una frase in grado di riassumere un sentimento sempre più diffuso nella cittadinanza: la preoccupazione per lo stato della democrazia statunitense. Il Presidente viene accusato di comportarsi come un monarca, facendo un uso dei suoi poteri così ampio da sfidarne continuamente i limiti.
Trump e i suoi hanno cercato di dipingere queste manifestazioni come delle “Hate America rallies”, usando uno strumento retorico tipico della destra MAGA: chi critica le politiche e l’operato dell’amministrazione Trump deve essere, per forza di cose, qualcuno che odia l’America. Ma guardando le foto delle manifestazioni l’impressione che se ne ha è molto diversa. Si vedono, innanzitutto, grandi cortei colorati e festosi, con persone di tutte le età (anzi, pare che l’età media fosse piuttosto alta), spesso vestite in costume. Molti, soprattutto a Portland, hanno manifestato indossando costumi da rana: inizialmente non c’era una ragione precisa dietro la scelta di questo animale, che però ha finito per diventare una mascotte della protesta. L’obiettivo, come hanno spiegato diversi attivisti, era più che altro quello di ridicolizzare i tentativi di Trump di rappresentare i manifestanti come pericolosi estremisti. Così i cortei si sono riempiti, oltre che di rane, di creature di ogni genere: dinosauri, unicorni, aragoste, ma anche personaggi dei fumetti e dei cartoni animati. Non sono mancati neanche i costumi che rimandano alla storia della democrazia statunitense e ai suoi simboli, come la statua della libertà.
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Source: Wikimedia Commons | CC BY 4.0 InternationalQuello della difesa dei valori democratici è uno dei grandi temi delle proteste No Kings, racchiuso già nello slogan: gli Stati Uniti non hanno un re perché sono nati precisamente da una rivoluzione antimonarchica, diventando il primo Paese nella storia a dotarsi di una costituzione democratica.
Questo emerge chiaramente dalle immagini dei cortei: centinaia di bandiere a stelle e strisce, cartelloni e slogan che richiamano al Boston Tea Party, alla Costituzione, ai padri fondatori. I manifestanti hanno voluto comunicare al Presidente Trump che protestare contro le sue politiche non significa essere anti-americani: al contrario, è proprio sulla democrazia e sul rifiuto di qualunque tipo di tirannia che si è fondato e si fonda l’orgoglio nazionale americano.
Inutile dire che da questa parte dell’oceano abbiamo imparato da tempo a mettere in discussione il mito degli Stati Uniti come incrollabile baluardo della democrazia. Ma non è questo il punto: risulta evidente come per gli statunitensi, o almeno per buona parte di loro, le libertà e i diritti siano una importante prerogativa del loro Paese, e qualcosa che in questo momento sentono di dover difendere.
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Source: Wikimedia Commons | CC BY 4.0 InternationalTra le motivazioni che hanno portato alle proteste dello scorso sabato c’è, naturalmente, anche lo shutdown del governo federale. Ma il principale oggetto delle critiche dei manifestanti sembrano essere le azioni portate avanti dal Presidente Trump fin dal suo insediamento, tra le quali la massiccia imposizione di dazi, le minacce alla libertà di stampa, gli attacchi alle università, l’aggressività delle politiche migratorie, la repressione del dissenso e la militarizzazione delle città. Questi ultimi temi, strettamente connessi tra loro, sono stati al centro delle notizie e del dibattito pubblico statunitense negli ultimi mesi.
A partire dalle proteste di Los Angeles dello scorso giugno, si è parlato sempre più spesso dell’ICE e della Guardia Nazionale: due nomi che, prima dell’inizio del secondo mandato di Trump, non erano particolarmente familiari al pubblico occidentale.
L’ICE (Immigration and Customs Enforcement) è l’agenzia federale statunitense, appartenente al Department of Homeland Security (DHS), che si occupa di immigrazione. Il secondo mandato di Trump si è caratterizzato fin da subito per l’adozione di politiche antimigratorie molto dure, basate sull’aumento delle deportazioni di immigrati irregolari presenti sul territorio statunitense. L’ICE costituisce il fulcro di queste politiche: le proteste di Los Angeles erano nate proprio in risposta a un’operazione condotta dall’agenzia per arrestare presunti migranti irregolari, una delle tante effettuate nelle città americane negli ultimi dieci mesi. Durante i suoi raid, l’ICE arresta quelli che ritiene essere migranti irregolari, portandoli nei centri di detenzione federali senza aver condotto verifiche sulla loro effettiva condizione giuridica. Il numero di arresti da parte dell’agenzia è aumentato drasticamente rispetto all’amministrazione Biden, e soprattutto è aumentata la percentuale di detenuti che non hanno nessun precedente penale.
Source: Wikimedia Commons | CC BY 4.0 InternationalLa repressione delle proteste contro l’ICE dello scorso giugno ha costituito un importante precedente: Trump aveva deciso di impiegare contro i manifestanti di Los Angeles (perlopiù pacifici, con pochi casi di scontri con la polizia) la Guardia Nazionale, nonostante le opposizioni del governatore della California Gavin Newsom. Lo stato della California aveva presentato così due ricorsi, dando inizio alla prima di una lunga serie di controversie giudiziarie riguardanti l’impiego della Guardia Nazionale: ovvero una forza militare costituita da riservisti provenienti da ciascuno degli stati federati, che fa capo al Dipartimento della Difesa, ma che può essere federalizzata, ovvero portata – in determinate circostanze – sotto il controllo del presidente. Tuttavia, l’utilizzo di queste truppe, normalmente, viene richiesto dai governanti degli stati, nel caso in cui si verifichino situazioni di emergenza che rientrano nelle competenze della Guardia.
Secondo buona parte dell’opinione pubblica – e, soprattutto, secondo molti giudici federali – l’uso che Trump ha fatto e pretende di continuare a fare della Guardia Nazionale è al limite della legalità, se non proprio illegale. La legge che regola il potere del Presidente di federalizzare la Guardia Nazionale – facoltà che è stata usata pochissime volte nella storia del Paese – richiede infatti che sia in corso un’invasione o una minaccia di invasione da parte di un Paese straniero, oppure una ribellione contro il governo statunitense.
Trump ha invocato proprio quest’ultima parte della legge quando ha chiamato 2000 soldati della Guardia Nazionale della California a Los Angeles, e lo ha fatto di nuovo nei recenti casi di Portland e Chicago, molto discussi nei media americani. In tutti i casi citati, le proteste che Trump ha definito come “insurrezioni” – arrivando a dire che “Portland sta bruciando”, e che “Chicago è la città più pericolosa nel mondo” – non erano altro che normalissime manifestazioni di dissenso, perlopiù pacifiche e neanche troppo partecipate.
In generale, la dinamica che si è spesso ripetuta negli scorsi mesi è stata questa: l’ICE conduce le sue operazioni, provocando manifestazioni di dissenso soprattutto nelle città a maggioranza democratica, che a loro volta vengono represse da agenti federali, spesso della stessa ICE, e si verificano scontri tra agenti e manifestanti. Al che Trump minaccia di ricorrere alle truppe della Guardia Nazionale, e in diverse occasioni è effettivamente arrivato a disporne l’utilizzo attraverso degli ordini esecutivi.
Il caso di Portland è particolarmente emblematico: lo scorso 4 ottobre, il tentativo del Presidente di federalizzare la Guardia Nazionale dell’Oregon mediante ordine esecutivo è stato temporaneamente bloccato da una giudice federale, Karin Immergut (che peraltro era stata designata dallo stesso Trump). Il giorno successivo, Immergut ha bloccato un altro ordine esecutivo, attraverso il quale Trump aveva cercato di federalizzare la Guardia Nazionale della California, ma sempre con l’obiettivo di impiegarla a Portland.
Naturalmente l’amministrazione Trump ha fatto ricorso ad una corte d’appello federale, la quale, qualche giorno fa, ha annullato uno dei due ordini di Immergut. E’ verosimile che anche l’altro ordine di restrizione venga annullato, dando a Trump il via libera per l’utilizzo della Guardia Nazionale nella città dell’Oregon. Si tratta, evidentemente, di un’importante vittoria legale per Trump, e di un ulteriore passo verso la normalizzazione dell’uso della Guardia Nazionale da parte del presidente.
E’ questo il clima in cui si sono svolte le proteste di sabato: Trump esercita i suoi poteri presidenziali in un modo che viene giudicato sempre più dispotico, e sempre più spesso riesce a superare la resistenza opposta dai tribunali federali. La mobilitazione nasce quindi da un sentimento di allarme per la situazione in cui versa la democrazia statunitense, che non riguarda solo le fasce più progressiste della società o i più strenui oppositori di Trump, ma anche ex elettori repubblicani, veterani di guerra e persone che non sono solite partecipare alle proteste.
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