Quella cinica Gen Z che non festeggia San Valentino

14 Feb , 2026 - Cultura

Le prime informazioni che ho trovato digitando “San Valentino” su Google sono state una serie di pubblicità su esperienze e regali che avrei potuto fare. A seguire, i classici articoli che spiegano l’origine della festa (San Valentino, vescovo di Terni martirizzato nel Terzo Secolo che celebrava matrimoni segreti sfidando l’imperatore, ecc ecc) e, infine, un bello studio di EduBirdie, ripreso anche da Cosmopolitan, che spiegava che i giovani (“La Gen Z”) festeggiano San Valentino sempre meno. Le motivazioni dietro questa scelta – evidenziano diversi articoli – sono prevedibili: San Valentino è una festa consumistica (vero), i prezzi, già sempre più alti, per queste occasioni lievitano ancora di più e i giovani non possono permetterselo (vero) e altri articoli sottolineano come sia una festa che ancora si poggia su un ideale di coppia etero e cis (probabilmente vero). Ed è per questo che la nostra super woke, cinica, progressiva ma povera Gen Z si rifiuta di prendere parte alle celebrazioni di questa innocua festicciola.

Inizialmente anche io pensavo di focalizzarmi su questo dato, o magari di consigliare attività alternative su come poter trascorrere una giornata da innamorati senza necessariamente spendere 85 euro di cena fuori. Ma sinceramente, se avete bisogno che una persona vi dica che si può anche cucinare a casa e, boh, guardare un film sul divano, non so come aiutarvi. Quello che mi fa sorridere, e anche un pochino irritare, è la narrazione che sempre di più viene utilizzata per dipingere la nostra generazione quando si parla di amore e romanticismo. segue

“La Gen Z festeggia sempre meno”, “La Gen Z disinstalla le app di incontri”, come se questi dati (reali ed elaborati attentamente, non lo metto assolutamente in dubbio) fossero la prova incontrovertibile della scomparsa dell’amore e della volontà di amare ed essere amati di un’intera generazione. Secondo me, allora, il punto non è che la Gen Z sia troppo disillusa per festeggiare San Valentino, o uscire a cena per celebrare l’essere innamorati, ma che vive l’amore dentro un contesto più ampio. Una generazione cresciuta parlando di consenso, identità, diritti LGBTQIA+, salute mentale, equità e rappresentazione non pecca di romanticismo, anzi: tenta di costruirne uno nuovo, che non escluda nessuno e non si basi su copioni consumistici già scritti.

Non è mancanza di romanticismo: è consapevolezza. È capire che l’amore non può essere scollegato dal modo in cui trattiamo gli altri, dalle parole che scegliamo, dagli spazi che rendiamo sicuri. E così, più che rifiutare la festa, la Gen Z la sta ridefinendo. Non meno romantica: semplicemente meno disposta a chiudere un occhio su ciò che continua a escludere o semplificare troppo. Se festeggiamo di meno, forse è perché vogliamo che l’amore, quando lo celebriamo, sia coerente con i valori che ci stanno a cuore. E che le piccole cose – un gesto gentile, un momento condiviso, un affetto che non fa male a nessuno – valgano molto più di un format prestabilito. E sì, l’essere la prima generazione dal dopoguerra ad essere più povera dei loro genitori sicuramente influisce nella scelta di non andare fuori a cena.


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