Stefano Nazzi per FuoriCorso: intervista esclusiva al narratore di Indagini

28 Set , 2025 - Attualità

Stefano Nazzi per FuoriCorso: intervista esclusiva al narratore di Indagini

“Io mi chiamo Stefano Nazzi. Faccio il giornalista da tanti anni e nel corso della mia carriera mi sono occupato di tante storie come questa, quelle che nel tempo vi sono diventate familiari e altre che potreste non avere mai sentito nominare. Storie di cronaca, di cronaca nera, di cronaca giudiziaria”. Chi non ha mai sentito almeno una volta queste parole, dovrebbe recuperare subito. È l’intro di Indagini, un podcast scritto e raccontato da Stefano Nazzi e prodotto dal Post. 

Noi di Fuoricorso, dopo l’incontro a Faenza con Luca Misculin, abbiamo avuto l’onore di intervistare anche lo stesso Nazzi, che ci ha illuminato sui temi della cronaca nera, della violenza e dell’epidemia di serial killer (mi raccomando non perdetevi anche l’ultima intervista realizzata la scorsa domenica al Talk, che uscirà prestissimo!). 

Sul sito del Post si legge: “È nato a Roma ma vive da sempre a Milano. Ama Don Winslow, i Clash e le serie tv crime del Nord Europa”. Non solo giornalista, ma anche autore di ben tre libri (l’ultimo intitolato Predatori) e protagonista di due programmi televisivi: Delitti in famiglia e Il caso, in onda sulla Rai. Stefano Nazzi fa del suo stile asciutto e dei toni pacati e misurati la sua cifra caratteristica.

Come ha visto cambiare il giornalismo in Italia soprattutto dopo l’avvento delle nuove tecnologie?

Il giornalismo in Italia è cambiato anche con l’avvento delle nuove tecnologie, ma non sempre. C’è una tendenza a dare notizie con sempre meno verifiche, favorendo la velocità anziché la qualità delle informazioni. A volte, sarebbe meglio aspettare, darsi del tempo prima di pubblicare qualcosa. Il New York Times, ad esempio, non dà mai una notizia se non ha due verifiche diverse su un’informazione: questo in Italia non avviene. Qui c’è una rincorsa e un’attenzione quasi ossessiva della stampa e dei media tradizionali e più istituzionali a quello che succede nei social. Si crea perciò un cortocircuito continuo che fa in modo che la differenza si veda sempre meno. 

Perché si è interessato alla cronaca nera?

Non è un interessamento alla cronaca nera quanto piuttosto all’attualità. Fin da ragazzino mi incuriosiva cosa succedeva intorno a me e nel mondo, tra queste cose c’era anche cosa accadeva alle singole persone e gli avvenimenti di cronaca nera. Alcuni libri, poi, mi hanno influenzato tantissimo, come A sangue freddo di Truman Capote. Ho sempre avuto quella voglia di raccontare i fatti di cronaca in un certo modo, togliendo tutte le frasi fatte e i luoghi comuni che infarciscono i racconti di cronaca, come “il blitz è scattato all’alba” “è finito in manette”, o l’uso di aggettivi “la vittima”, “il mostro”. È una cosa che faccio e che volevo fare da tempo.

Indagini, invece, come nasce?

Indagini nasce in maniera molto naturale e spontanea. Al Post, ad un certo punto, con Luca Sofri e Francesco Costa, ci siamo detti “ma perché non proviamo a raccontare anche la cronaca con il linguaggio e le regole che segue il Post nel raccontare gli avvenimenti?”. Ci abbiamo provato, come un esperimento, è andata bene e abbiamo proseguito. 

C’è davvero un’epidemia di serial killer oppure abbiamo solo iniziato a riconoscerli meglio?

C’è stata, e soprattutto negli USA tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’90, per svariate ragioni. Innanzitutto, gli Stati Uniti sono una società estremamente violenta – molto più della nostra – e che dalla sua fondazione è feroce e centrata molto sulla sopraffazione. Tutto questo inserito poi in un sistema dove ci sono armi ovunque e l’accesso a queste è facilissimo. Infine, per ragioni storiche, come la Guerra del Vietnam, che ha portato la violenza nelle case degli americani in tv ogni sera, e come dissero alcuni serial killer – tra i più famosi ricordiamo Ted Bundy -, l’avvento potente e pesante di un certo tipo di pornografia, che arrivò prima negli Usa e poi in Europa negli anni ’70 e che ebbe la funzione quasi di scintilla. In quegli anni ci fu quindi una specie di contagio per cui in tre decenni si contarono oltre due mila serial killer solo negli Usa. Adesso il fenomeno è diminuito per un motivo abbastanza semplice: li prendono prima. Grazie alle nuove tecnologie come i tracciamenti dei cellulari, le videocamere, gli esami scientifici, il test del DNA e le tracce biologiche, riescono a individuare persone magari dopo un omicidio che potenzialmente potrebbero essere dei serial killer ma non fanno in tempo a diventarlo. 

Ed è proprio su questo contagio epidemico che si focalizza il suo nuovo libro Predatori, presentato giusto domenica scorsa nell’incontro conclusivo del Talk. Predatori fa luce sul trentennio più buio della storia americana recente (1960-1990), approfondendo sei tra i più noti serial killer attivi in quel periodo: John Wayne Gacy, Edmund Kemper,David Berkowitz,Dennis Rader,Aileen Wuornos eTed Bundy.

Pur colpendo vittime diverse e agendo con un proprio modus operandi, tutti gli assassini seriali che Stefano Nazzi ci racconta nel suo libro hanno alle spalle vissuti di sopraffazione e violenze domestiche spesso perpetrate da genitori dalle personalità forti e dominatrici. È il caso di Edmund Kemper, conosciuto anche con il soprannome di Big Ed o co-ed killer ( il killer delle studentesse), che assassinava le sue vittime, tutte giovani studentesse della classe media-alta, per prepararsi all’ultimo atto, l’omicidio con cui farsi giustizia dopo anni di violenze e soprusi: l’esecuzione della madre.

Tra i sei nomi riportati sopra, salta all’occhio quello di Aileen Wuornos, l’unica serial killer donna raccontataci da Stefano Nazzi nel suo testo. Anche lei vittima di violenze domestiche, si prostituiva e sceglieva le sue vittime tra i clienti più feroci. La sua storia è molto interessante; o meglio è interessante notare la disparità tangibile in termini numerici tra assassine e assassini seriali, tra donne e uomini. Statisticamente, l’ambiente delle carceri è molto più popolato da uomini che da donne, sia che si parli delle prigioni americane o italiane; nuovamente statisticamente, sono maggiormente gli uomini a commettere reati contro la persona, tra questi per l’appunto l’omicidio; questo non significa che le donne non siano capaci di uccidere: molto spesso, come nel caso di Aileen Wuornos, sono molto più fredde, calcolatrici, meticolose degli uomini; non lasciano alcuna traccia sulla scena del crimine che possa ricondurre a loro e quindi “non le prendono”.

Con Predatori, Stefano Nazzi sembra cambiare in parte rotta rispetto ai suoi progetti precedenti, tra podcast, articoli e libri, tutti con uno sguardo sempre rivolto verso l’Italia e la cronaca nera italiana. Questo potrebbe essere l’inizio di un nuovo capitolo del suo lavoro di giornalista e podcaster, chi può dirlo. In attesa di possibili sorprese sul fronte dei suoi nuovi progetti , rimanete connessi per un nuovo contenuto che pubblicheremo a breve sul sito e sulla pagina Instagram: spoiler centrano i gabbiani e i baffi.

A cura di

Alessia Bandini e Cecilia Vania


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