In un articolo di quasi un anno fa, il settimanale inglese The Economist definì Giorgia Meloni come “Trump card”, per sottolineare il ruolo strategico della Premier nel mantenere le buone relazioni tra le due sponde dell’atlantico. Non sono poi mancate dichiarazioni da diversi politici e giornalisti per sottolineare un certo rapporto privilegiato tra i due leader, che si è tradotto (o si sarebbe dovuto tradurre) in importanti vantaggi per l’Italia. Ma la faccenda è più sfumata.
Sulla questione, basti pensare a uno degli ultimi casi di cronaca: la presenza dell’ICE alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Dopo giorni di polemiche, manifestazioni e dichiarazioni contrastanti, alla competizione sportiva invernale è stata confermata la presenza di questa agenzia federale statunitense che si occupa di controllo delle frontiere e immigrazione. Nell’ultimo periodo l’agenzia è balzata alle cronache per le modalità violente delle sue operazioni e più recentemente per le quelle in Minnesota, dove agenti dell’ICE sono stati imputati per gli omicidi di Renee Nicole Good e Alex Pretti, commessi rispettivamente il 7 e il 24 gennaio, e, sempre lì, è stata inoltre scattata la fotografia diventata virale di un bambino di 5 anni fermato e arrestato dagli agenti.
Il 24 gennaio era giunta in Italia la notizia della possibile presenza dell’ICE alle Olimpiadi, suscitando timori nell’opinione pubblica italiana. Su questa possibilità la comunicazione da parte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è stata caratterizzata da incertezza, frammentarietà e affermazioni contrastanti che hanno poi alimentato il clima di tensione tra i cittadini.
Tensione che, tra l’altro, avrebbe potuto essere contenuta se il governo avesse fatto sin da subito una precisazione. L’agenzia federale statunitense è infatti divisa in due sezioni: una investigativa e una operativa. Ai Giochi olimpici sarà presente solo la prima per svolgere operazioni di intelligence e, quindi, senza esercitare funzioni di mantenimento dell’ordine pubblico sul territorio.
Source: Fibonacci BlueLa Premier Giorgia Meloni in un primo momento non aveva commentato la vicenda, ma poi, in un’intervista a il Foglio, ha definito “paradossale” lamentarsi dell’ICE e allo stesso tempo continuare a pretendere la difesa dell’Europa da parte degli Stati Uniti.
Non prende quindi le distanze dalla Casa Bianca, ma il rapporto con Donald Trump sembra meno stabile di quanto voglia far credere. Non è raro che gli opinionisti la definiscano un’“equilibrista” su un filo che lega e separa Stati Uniti ed Europa. Da un lato, l’amicizia personale e l’affinità politica e ideologica con Trump, che si diceva avrebbero portato vantaggi all’Italia; dall’altro, gli interessi dell’Unione Europea messi a rischio dalla politica statunitense.
A gennaio la Premier ha sostenuto l’azione americana in Venezuela che ha portato alla cattura di Maduro. In una nota, il governo ha dichiarato che anche se “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”, l’intervento americano è “legittimo”, trattandosi di difesa “contro attacchi ibridi alla propria sicurezza”.
C’è però poi la questione della Groenlandia. In risposta alle mire espansionistiche di Trump, alcuni Paesi europei avevano inviato soldati sul territorio a livello simbolico per proteggere l’isola. Trump ha minacciato di imporre dazi e la Premier Meloni ha subito espresso contrarietà a questa decisione. Ma si tratta di una presa di distanza moderata e pacata, perché in ballo c’è sempre il suo rapporto privilegiato con il Presidente. «Mi pare che ci sia stato un problema di comprensione e di comunicazione». Veste i panni di una perfetta mediatrice: si tratterebbe quindi di un’incomprensione e non di un atto ostile europeo verso gli Stati Uniti.
Meloni ha però dovuto prendere in modo netto le distanze dal presidente statunitense quando quest’ultimo, in un’intervista a Fox, ha sminuito l’impegno degli alleati Nato nella guerra in Afghanistan. Le dichiarazioni di Trump hanno suscitato scalpore tra vari leader europei. In particolare, il Premier britannico Starmer le ha definite “offensive” e “francamente scoccianti”, ricordando poi i militari britannici che hanno perso la vita in quella guerra.
Non è quindi solo la Premier a trovarsi in difficoltà nel mantenere buoni rapporti con l’amministrazione statunitense. Si tratta di un malcontento che riguarda l’Europa in generale, sorto con l’introduzione dei dazi e recentemente inasprito dopo le dichiarazioni di Mark Rutte, segretario generale della Nato, ormai considerato una spalla del presidente Usa.
Quest’ultimo ha infatti attaccato l’Unione Europea. «Se qualcuno qui pensa che l’Unione Europea o l’Europa nel suo complesso possano difendersi senza gli Stati Uniti, continuate a sognare» ha dichiarato, attribuendo inoltre a Trump il merito dell’aumento degli investimenti nel settore della difesa da parte degli Stati europei. La portavoce della Commissione Europea, Paula Pinho, ha risposto ribadendo l’impegno dell’Unione a rafforzare l’indipendenza su più fronti, tra cui proprio quelli della difesa e della sicurezza. Anche il governo francese ha replicato duramente a Rutte, sottolineando la necessità e la volontà europea di farsi carico della propria sicurezza.
Sin dall’insediamento di Trump lo scorso anno, Meloni si è presentata come un’interlocutrice privilegiata, e ciò rende molto difficile una netta presa di distanza dalle posizioni del Presidente americano. Anzi, si augura che in futuro il Premio Nobel per la Pace vada proprio a lui. Insomma, come la definisce Massimo Giannini, ospite settimana scorsa a La7, Meloni è la “cheerleader di Trump”.
Guardando il quadro generale, Donald Trump sta diventando un alleato sempre più ingombrante per Meloni e la sua popolarità è in calo non solo negli Stati Uniti, ma anche nel nostro Paese. Per quanto tempo, quindi, la Premier potrà permettersi di barcamenarsi tra le due sponde dell’Atlantico?
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