Trump vs BBC:quando un errore diventa un’arma politica

19 Nov , 2025 - Attualità

Trump vs BBC:quando un errore diventa un’arma politica

Le dimissioni di Davie e Turness segnano una resa simbolica del giornalismo britannico di fronte alle pressioni politiche.

La tempesta che da giorni investe la BBC è giunta alla resa dei conti. Il direttore generale Tim Davie e la CEO di BBC News Deborah Turness hanno annunciato le dimissioni, assumendosi la responsabilità di un errore nel montaggio di un documentario su Donald Trump, in cui erano state unite due frasi del suo discorso del 6 gennaio del 2021, facendo apparire un incitamento ad assaltare Capitol Hill. I due hanno comunque ribadito che «le accuse di parzialità sono sbagliate».

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Al centro della crisi, un episodio del programma d’inchiesta Panorama, “Trump: A Second Chance?”, realizzato da una società indipendente e andato in onda la settimana prima delle elezioni statunitensi del 2024.

Nel montaggio incriminato, Trump sembra dire: “Marceremo al Campidoglio e io sarò con voi e combatteremo, combatteremo come l’inferno”. In realtà si trattava di due passaggi distinti, cuciti insieme. Nel discorso originale, dopo aver parlato della marcia, Trump aveva aggiunto: “So che ognuno qui presto marcerà sul Campidoglio per far sentire le vostre voci pacificamente e patriotticamente”. Solo in seguito, in un altro contesto, aveva pronunciato l’espressione “combatteremo come l’inferno”. Un montaggio un po’ fuorviante, riconosciuto dalla BBC come “un errore di giudizio”. Il presidente del Consiglio d’amministrazione Samir Shah l’ha definito «ingannevole» nelle sue conseguenze. Tanto è bastato a provocare la caduta dei vertici di una delle istituzioni mediatiche più rispettate al mondo.

A scoperchiare la vicenda è stato il Daily Telegraph, il quale ha rivelato un dossier interno sulla gestione del documentario. Da lì si è scatenata la reazione politica: la leader conservatrice Kemi Badenoch ha parlato di «parzialità sistematica» e chiesto «teste che cadono», mentre la Casa Bianca — in un intervento fuori dall’ordinario — ha definito l’emittente britannica «una macchina di propaganda di sinistra», accusandola di aver rappresentato “in modo intenzionalmente disonesto” l’insurrezione.

Trump, dal suo social Truth, ha esultato per le dimissioni dei dirigenti e ha annunciato una causa da un miliardo di dollari. In seguito, in un’intervista a Fox News, ha parlato di «obbligo morale» di portare avanti l’azione legale, sostenendo che il servizio avrebbe “truffato il pubblico”.

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La polemica si inserisce in un contesto già incandescente. Negli ultimi mesi la BBC è stata criticata per la copertura della guerra a Gaza, accusata da Israele di aver alimentato “disinformazione” e da esponenti conservatori britannici di non rispettare la neutralità editoriale. Persino il premier laburista Keir Starmer, pur difendendo il ruolo del servizio pubblico «in un’era segnata dalla disinformazione globale», ha definito «grave» l’errore commesso da Panorama.

La crisi aperta dalle dimissioni di Davie e Turness rappresenta uno dei momenti più delicati nella storia recente dell’emittente britannica, ora chiamata a difendere contemporaneamente la propria credibilità editoriale e il proprio modello di servizio pubblico che, da quasi un secolo, costituisce una delle sue colonne portanti.

C’è qualcosa di paradossale nel vedere Trump accusare la BBC di aver “massacrato” il suo discorso, quando proprio quel discorso viene ricordato come uno degli snodi più drammatici nella storia democratica americana. Ma qui il punto non è stabilire — per l’ennesima volta — se il 6 gennaio lui abbia incitato o meno all’assalto. Il punto è capire se un singolo errore possa giustificare un tentativo così evidente di delegittimare un’intera infrastruttura dell’informazione.

E non è un caso isolato. Negli Stati Uniti, nelle scorse settimane, un altro segnale preoccupante è arrivato dal Pentagono, dove diversi giornalisti hanno abbandonato le conferenze stampa per protesta contro le nuove limitazioni imposte alle domande e alle modalità di intervento. Una forma di silenziosa ribellione verso regole percepite come un ostacolo alla libertà di espressione, in un clima in cui l’accesso all’informazione sembra sempre più controllato e condizionato dal potere politico. La combinazione di questi episodi mostra una tendenza globale: la libertà di stampa non viene minacciata con censure esplicite, ma con pressioni, accuse tossiche, delegittimazioni sistematiche. I giornalisti, da Londra a Washington, stanno già pagando il prezzo di un clima che pretende obbedienza più che trasparenza.

Le dimissioni di Davie e Turness non rappresentano solo la fine di una leadership. Segnano l’inizio di un territorio nuovo, scivoloso. In un mondo che pretende verità immediate e assolute, forse la domanda più urgente è un’altra: quanto siamo disposti ad accettare che chi detiene il potere decida chi può raccontare la realtà — e come?

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