Qualcuno ha definito Una battaglia dopo l’altra il film del decennio. Forse questa è una valutazione un po’ troppo ottimista, ma sicuramente quello di Paul Anderson è un film ben fatto. In particolare, credo che Una battaglia dopo l’altra sia un film per oggi, ma anche per domani.
Da semianalfabeta cinematografico provo a raccontarvi perché.
COGLIERE LO SPIRITO DEL TEMPO
Umberto Eco diceva che i libri nascono dalla semplice volontà di raccontare qualcosa, quindi c’è chi racconta il passato, chi il presente, chi il futuro. Ebbene, raccontare il passato non risulta – tutto sommato – così difficile, dato che si sa più o meno tutto quello di cui si parla (e quello che non si sa è perso per sempre); raccontare il futuro sembra altrettanto semplice, infatti non si sa nulla di quello di cui si parla. Raccontare il presente è compito ben più difficile, perché cogliere i cambiamenti in atto e lo spirito del proprio tempo riesce solo a gente particolarmente acuta.
L’arte in fondo credo sia soprattutto questo: saper cogliere lo spirito del tempo. Infatti, prodotti che non hanno niente se non il bello possono colpire l’occhio, ma in fondo rimangono sterili, perché non ci raccontano nulla di più della bravura tecnica dell’artista.
Le opere più belle sono quelle che non si esauriscono in un riuscito esercizio di stile, ma quelle che riescono a dirci qualcosa in più, quelle complesse, stratificate e dense.
Credo che una battaglia dopo l’altra sia un bel film proprio per questo: raccoglie e diffonde lo spirito del nostro tempo degli Stati Uniti e, come un segnale d’allarme, cerca di scuotere qualche coscienza.
SATIRA – NEL VERO SENSO DEL TERMINE
La cifra della complessità e forza del film sta nel fatto che sia stato classificato come commedia. Personalmente a me ha fatto ridere quanto può far ridere guardare la compilation dei best moments di Berlusconi, quindi ridi, certo, però poi vuoi un po’ morire.
I personaggi sono caricaturali ma verosimili perché irrimediabilmente incoerenti: Perfidia sceglie di diventare una reietta pur di ottenere la libertà e Lockjaw nutre un’irresistibile attrazione verso le donne nere. Bob passa da essere un bombarolo a un tossico emarginato, paranoico e nevrotico perché tormentato dai fantasmi della vita che ha provato a lasciarsi alle spalle. Ogni personaggio porta con sé degli irrisolti (magari di matrice simile o condivisa), un tormento che lo ha condotto a trovarsi da una delle due parti del racconto solo per motivazioni contingenti.
Tutti sono emarginati a loro modo ed è questo che li ha spinti in quella condizione così estrema. Lockjaw è un uomo instabile e solo, impaurito e in cerca di conferme; Perfidia fa parte di una minoranza, non si sente vista e non trova altro per comunicare ciò che prova se non la violenza rivoluzionaria.
Fortunatamente c’è Bob, che è goffo e sgangherato e decomprime un’atmosfera oscura; vederlo ridotto in condizioni talmente pietose da non ricordarsi la procedura di estrazione di emergenza è divertente, senza dubbio. Poi ti accorgi della circonferenza del bicipite di Sean Penn e cominci a pensare che quell’abbonamento in palestra forse non lo stai sfruttando come si deve.
Scherzi a parte, il film riesce a sintetizzare dramma, satira e commedia in modo fluido e sottile, senza inutili esagerazioni. Quindi, come si dice spesso, fa ridere, ma anche riflettere.
BUONI E CATTIVI
Ciò che ho molto apprezzato è la distanza morale con cui sono state rappresentate le varie fazioni. Si può entrare in empatia con qualunque personaggio, non per lo schieramento di cui fa parte, ma per la storia che vive.
Non ci sono buoni e cattivi, ci sono solo interessi contrastanti. Gran parte degli individui nel film si dimostra, a suo modo, egoista, interessato a ottenere ciò che desidera a qualunque costo, forse proprio per quella sofferenza descritta sopra.
Solo Willa si salva da questa spirale, anche se nasce macchiata di un peccato originale incancellabile che la condanna a vivere una vita che altri hanno scelto per lei.
MAGA ED ETERNO RITORNO
Source: Wikimedia CommonsSe si legge Vineland, ci si accorge che la tendenza autoritaria degli Stati Uniti viene da lontano e che la repressione del dissenso attuata dall’ICE non è una trovata originale di Donald (se vi interessa l’argomento leggete qui). Quindi, non si può guardare il film senza pensare che Anderson volesse muovere una critica robusta al suo paese.
Ed ecco quindi I Pionieri del Natale: un piccolo manipolo di suprematisti bianchi, ricchi, influenti, uomini e di pura razza bianca che – se non fosse per le loro azioni – risultano ridicoli, perché più simili a un collettivo di una bocciofila che non a un’associazione estremista.
E poi il French 75, un gruppo sovversivo di giovani progressisti, violenti, spregiudicati, arroganti. Di certo pensano di essere dal lato giusto della storia, ma, così indirizzati all’obiettivo, perdono di vista ciò che li circonda. Soprattutto, il French 75 compie grandi azioni, ma, in fin dei conti, non ottiene nulla se non la persecuzione a vita.
Anderson non critica apertamente nessuna delle due posizioni, ma il film di certo racconta quanto miopi e sterili siano entrambi gli ideali. Il regista si rivolge al pubblico con una domanda provocante “chi ha davvero vinto?”.
SPOILER ALERT
In effetti sembra che entrambe le parti abbiano vinto. Willa sopravvive e si ricongiunge a suo padre, mentre il Colonello Lockjaw entra a far parte dei Pionieri del Natale.
Willa e Bob si salvano, ma al prezzo di una vita dilaniata e macchiata dal sangue di chi si è stato maledetto dalla loro presenza. Mentre Lockjaw, anche quando muore, non appare veramente sconfitto, perché si spegne felice nell’eutanasia più dolce che i suoi carnefici avrebbero potuto riservargli.
Una battaglia dopo l’altra è un film di vincitori o di vinti?

23 anni e già mi sento vecchio.
image sources
- Let’s_Make_America_Great_Again_button: Wikimedia Commons
- Una battaglia dopo l’altra: Wikimedia Commons