La 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è giunta al termine dopo undici giorni di proiezioni, conferenze, red carpet e applausi che hanno spesso superato il semplice tributo artistico per trasformarsi in dichiarazioni pubbliche. Volti noti e star internazionali venute da ogni parte del mondo – attori come Jacob Elordi, Julia Roberts, George Clooney, Amanda Seyfried, registi e produttori, sono stati accolti per presentare ciascuno il proprio prodotto cinematografico e audiovisivo in anteprima al Lido – ma anche giovani emergenti alla ricerca di riconoscimento hanno sfilato sul tappeto rosso veneziano.

l palmarès: i film, i premi, gli applausi
A decidere i vincitori della 82ª edizione è stata una giuria internazionale di alto livello, presieduta dal regista americano Alexander Payne, due volte premio Oscar e autore di un cinema raffinato e umano.
Accanto a lui, figure di spicco del panorama mondiale: il francese Stéphane Brizé, maestro del realismo sociale; l’italiana Maura Delpero, sensibile narratrice del femminile; il rumeno Cristian Mungiu, Palma d’Oro a Cannes; l’iraniano Mohammad Rasoulof, simbolo del cinema di resistenza; la brasiliana Fernanda Torres, attrice e autrice; e la cinese Zhao Tao, musa del cinema d’autore asiatico.

Tra i titoli più discussi e premiati, Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch è stato insignito del Leone d’Oro per il miglior film. Un’opera divisa in tre episodi che affronta i rapporti tra genitori e figli con stile essenziale e poetico, con cast di primo piano (Tom Waits, Charlotte Rampling, Cate Blanchett, Adam Driver) che ha suscitato apprezzamenti ma anche leggere riserve: alcuni critici l’hanno definito “opera minore” rispetto alla filmografia del regista.
Il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria è andato a The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, docudrama coraggioso e doloroso ambientato a Gaza, che ha ricevuto uno degli applausi più lunghi dell’edizione: 23 minuti e 50 secondi ininterrotti, seguiti da una standing ovation diventata il momento simbolo del Festival, non solo per la lunghezza, ma perché è stata accompagnata da cori per la pace e la libertà – un segnale che il pubblico ha voluto lanciare.
Il premio per la miglior regia è andato a Benny Safdie per The Smashing Machine, film intenso e viscerale che racconta la discesa agli inferi di un lottatore di MMA ispirato a una storia vera. Safdie, già noto per Uncut Gems, conferma qui la sua capacità di tradurre la tensione emotiva in una grammatica visiva nervosa e muscolare.
A brillare sul fronte della recitazione è stata Xin Zhilei, premiata come miglior attrice per la sua intensa interpretazione in The Sun Rises on Us All di Cai Shangjun. Una performance misurata, ma profondamente emotiva, che ha conquistato la giuria per la sua autenticità.
L’Italia ha invece festeggiato il ritorno di Toni Servillo, vincitore del premio come miglior attore per La Grazia, nuovo film di Paolo Sorrentino. Servillo si conferma un interprete d’eccezione, capace di dominare la scena con una recitazione stratificata, a tratti dolorosa, che ha riportato alla mente i suoi ruoli più iconici.
Per la miglior sceneggiatura, il riconoscimento è andato alla coppia francese composta da Valérie Donzelli e Gilles Marchand per À Pied d’Œuvre (At Work), una commedia nera dal taglio femminista e surreale, che ha diviso il pubblico ma convinto la giuria per l’originalità della scrittura.
Il Premio Speciale della Giuria è stato assegnato a Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi, che torna al documentario lirico e politico, raccontando le vite ai margini delle grandi rotte migratorie con uno sguardo quasi sospeso, poetico e senza retorica.
Spazio anche ai giovani: il Premio Marcello Mastroianni, dedicato al miglior attore emergente, è stato conferito a Luna Wedler per Silent Friend, dove l’attrice svizzera offre una prova fragile e intensa nei panni di una giovane donna che lotta con il trauma e la memoria.
Nella sezione Orizzonti, dedicata alle nuove tendenze del cinema mondiale, il miglior film è stato En el camino (On the Road) del messicano David Pablos, racconto di formazione ambientato nei sobborghi di Tijuana, capace di mescolare crudo realismo e delicatezza emotiva.
Il premio per la migliore regia Orizzonti è andato invece all’indiana Anuparna Roy per Songs of Forgotten Trees, un’opera visivamente magnetica che intreccia denuncia ambientale e spiritualità tribale, dimostrando una sorprendente maturità stilistica.
Come ogni anno non sono mancate polemiche, già nell’aria molto prima della proclamazione dei vincitori. The Voice of Hind Rajab era dato da molti come favorito per il Leone d’Oro, non solo per la forza emotiva della storia – una tragica vicenda ambientata nella guerra a Gaza – ma anche per l’applauso straordinario ricevuto in sala. Critici e osservatori hanno notato che, rispetto alle attese politiche e sociali, i premi sono stati assegnati con cautela, evitando scelte troppo divisive. Jarmusch ha ricevuto complimenti per la sua gentile ironia, ma alcuni hanno ritenuto il suo Leone d’Oro “sicuro” rispetto a prodotti più radicali sia per contenuto che per stile.
A sollevare discussioni è stata la presenza massiccia di influencer e creator digitali, spesso invitati da brand e sponsor, ma talvolta completamente estranei al mondo del cinema. Le critiche sono arrivate da più fronti: dagli addetti ai lavori che denunciano la spettacolarizzazione vuota della kermesse, ai registi e attori che faticano a trovare spazio promozionale, fino al pubblico che si interroga su cosa davvero rappresenti oggi il red carpet veneziano.

Il festival, una passerella mondiale dove diverse categorie e professioni si intrecciano
Venezia resta comunque un crocevia. Registi provenienti da Usa, Tunisia, Cina, Italia, India, e altri paesi hanno presentato film nei generi più disparati: dramma, documentario, biopic, sperimentale. Attori affermati e giovani talenti emergenti si sono alternati nelle sale, nei photocall, nelle interviste. Produttori, distributori, critici, operatori culturali internazionali hanno osservato, discusso, comprato o rifiutato.
Anche l’industria dell’immagine – moda, sponsor, design, cosmetici – ha rivenduto uno spazio cospicuo. Perché Venezia non è solo cinema: è media, relazioni, visibilità internazionale.
Se la 82ª edizione del Festival del Cinema di Venezia ha confermato ancora una volta la sua centralità nel panorama mondiale, lo ha fatto in un momento storico attraversato da conflitti geopolitici, spinte ideologiche e grandi domande sul ruolo dell’arte nel raccontare il presente. Ma questa edizione sarà ricordata anche per altro. Pochi giorni prima della cerimonia di chiusura, il mondo della moda e dello spettacolo è stato colpito dalla scomparsa di Giorgio Armani, un gigante dello stile italiano che per anni ha vestito star internazionali proprio in occasione del Festival. Il suo nome è stato più volte evocato durante le serate ufficiali, e diverse attrici hanno sfilato in abiti d’archivio della maison, rendendogli omaggio con un’eleganza silenziosa, ma potente.
Il risultato è un festival sempre più globalizzato, sì, ma anche sempre più conteso tra arte e algoritmo, cultura e visibilità, riflessione e rumore. Venezia 82 ha lasciato un segno, ma anche molti interrogativi. E forse, come ogni grande opera, è proprio questo il suo compito.