Siamo alle porte dell’8 marzo, la Giornata internazionale della donna, una giornata a cui è necessario dare il valore che si merita. In un momento storico in cui le donne si ritrovano a lottare sempre di più per dei diritti che dovrebbero essere garantiti, ma le vengono strappati via, non bisogna mai scordarci che non è mai troppo tardi per lottare.
Dopo questo reminder di ciò che è importante e ci spetta, vorrei presentarvi tre canzoni che sono delle piccole perle femministe, una più delle altre, ma che trasmettono un messaggio che vale la pena presentare.
Tre canzoni dove lo storytelling è la forma principale per farsi ascoltare: il racconto di una storia con immagini vivide e metafore calzanti permettono di costruire un arco narrativo all’interno di quei tre minuti che non va ignorato. E adesso ve le presento piano piano.
Labour – Paris Paloma
Non aver mai sentito questa canzone è uno sbaglio da rimediare. Ci sono due versioni: quella normale e “the cacophony”, l’ultima punta su un “rumore” maggiore, meno armonia, per far trasmettere in modo più aggressivo il messaggio. Labour descrive perfettamente la rabbia e la necessità di scappare da un uomo che opprime la libertà della donna, anche a tutela di una potenziale figlia che non deve subire ciò che ha subito la madre. Il ritornello sottolinea come la fine del rapporto in cui la protagonista si trova incastrata non rappresenta il peggiore degli esiti, piuttosto il contrario: viene descritto come il partner la costringe a svolgere troppi lavori per lui, arrivando nel punto più alto della canzone, il bridge, dove elenca tutto ciò che viene costretta ad essere.
“All day, everyday, therapist, mother, maid / Nymph, then a virgin, nurse, then a servant. Just an appendage, live to attend him / So that he never lift a finger / 24/7 baby machine / So he can live out his picket-fence dreams / It’s not an act of love if you make her / You make me do too much labour”
In più, la canzone cita il concetto importantissimo della “weaponized incompetence“, cioè la tendenza di un uomo a far finta di non sapere come si fanno certe faccende, sbagliandole di proposito, in modo tale che la donna, pur di riparare ai suoi errori, smetta direttamente di chiedere una mano e agisca da sola.
History of Man – Maisie Peters
Come seconda canzone, vi presento History of Man di Maisie Peters che, come si può evincere dal titolo, si concentra sul fatto che la storia è scritta dagli uomini per gli uomini. Spesso la donna diventa il nemico, nonostante possa avere le proprie motivazioni per agire. Gli esempi descritti sono quelli di Dalila ed Elena di Troia.
“So Samson blames Delilah / but given half the chance, I would’ve make him weaker too”
Sì, la storia nella Bibbia parla di un tradimento, ma Maisie la usa come esempio per riconoscere che nella stessa situazione anche lei avrebbe approfittato l’occasione di renderlo più debole, portando ad una riflessione sull’eccessiva “potenza” degli uomini, in confronto alle donne che si sentono minacciate. Utilizzando questa metafora per esprimere la necessità di farsi valere anche al costo di ferire le persone a cui si tengono.
Lo storytelling prosegue culminando nel bridge
“He stole her youth and promised heaven / The man starts war yet Troy hates Helen”
Qui, Maisie fa riferimento alla storia di Elena di Troia giudicata per aver lasciato il marito Menelao a favore di Paride. Ma esiste anche la versione della storia dove lei viene rapita da Paride: dopo che lui, di fronte alla necessità di scegliere come dea più “giusta” tra Afrodite, Era e Atena; si è lasciato corrompere da Afrodite che gli ha promesso l’amore di Elena.
La tradizione l’ha dipinta, però, come colei che ha fatto iniziare una guerra e l’intera società di Troia l’ha odiata, senza riconoscere la colpa degli uomini che l’hanno circondata e, presumibilmente, rapita e costretta.
The Hand – Annabelle Dinda
La canzone, dal ritmo folk-rock, descrive come gli uomini vengono rappresentati dai diversi media e come ne vengono esaltate le competenze a sfavore di quelle delle donne.
“Everytime a guy writes a song, he’s a sailor, a cowboy / Holding out the world in his palm like he made it himself / Everytime I open my mouth, I think, “Wow, what a loud noise”/ Still on the soapbox, just hoping I seem underwhelmed”
Il secondo verso appena citato mette in luce proprio questo meccanismo: esaltare le competenze degli uomini, come se avessero inventato qualcosa come il mondo solo avendo scritto una canzone, mentre la donna sta lì in disparte a giudicare la sua stessa voce che è soltanto un forte rumore rispetto alla “poesia” maschile. Se questo non vi fa pensare alla recente polemica della quantità di donne a Sanremo, lo farò io. Rispetto ai cantanti maschili, le voci femminili sono minoritarie, ma riconoscere tutto ciò va al di fuori del pubblico generalista, la cui motivazione è stata “magari non c’erano canzoni belle” o, peggio, “è stata premiata la qualità rispetto alla quantità”, una scusa di una tale bassezza che commentarla mi sembrerebbe darle eccessiva importanza.
“This isn’t rage, it’s too specific”
Non è una rabbia casuale, ha una sua motivazione, è radicata dentro di noi e dev’essere espressa come meglio si crede, senza essere giudicate come persone “esagerate” o che reagiscono in maniera troppo emotiva perchè non c’è niente di non personale dietro la lotta femminista.