Lo sbarco dei Mille in Sicilia

11 Mag , 2026 - Cultura

L’11 maggio è una data simbolica nella storia italiana, perché ogni anno riporta alla memoria (di chi conosce queste date) la spedizione dei Mille di Garibaldi in Sicilia, ed in particolare lo sbarco a Marsala, sulla punta ovest dell’isola. Si tratta di uno degli eventi cruciali del Risorgimento italiano, perché fu l’inizio dell’impresa che permise al Regno di Sardegna, grazie al migliaio di volontari guidati da “l’eroe dei due mondi” , di sottomettere e quindi annettere il Regno delle due Sicilie e realizzare così l’unità del futuro Regno d’Italia.

Garibaldi, da tempo fautore di un’unità nazionale ancora mancante, inizialmente pensava di invadere lo Stato pontificio con un’operazione sicuramente più rapida e sulla carta più semplice rispetto alla Sicilia. Fu, tra i tanti, in particolare Vittorio Emanuele II a convincerlo a lasciar perdere Roma vista la sua delicata posizione nello scacchiere politico della penisola e un possibile intervento della Francia in difesa del papa; dall’altro lato, importanti personalità del tempo, come Mazzini e Crispi, caldeggiarono la possibilità di un’impresa nel Meridione, mentre Cavour, al tempo capo del governo, lasciò fare senza opporsi.

Accompagnato lungo tutta l’impresa dal motto “Italia e Vittorio Emanuele”, Garibaldi radunò quindi 1162 uomini che partirono da Quarto, vicino a Genova, nella notte tra il 5 e il 6 maggio. Dopo qualche giorno di navigazione, l’abbandono della spedizione di qualche decina di volontari e le manovre elusive nei confronti della marina borbonica, i Mille giunsero nelle acque siciliane. Il piano originale era sbarcare a Sciacca, nel sud-ovest dell’isola ma, vista la presenza dell’esercito nemico in quell’area (forse informato da qualche spia), alla fine fu preferita Marsala, il cui porto non era protetto dalla flotta borbonica. Lo sbarco fu favorito, oltre che dalla presenza e dalle informazioni di due navi della marina britannica, dal ritardo con cui l’esercito nemico giunse sul posto e da una conseguente azione difensiva debole e tardiva.

Seppur superiore in quanto a numeri e armamenti, l’esercito del Regno del sud era composto da soldati che in larga parte non avevano mai vissuto la guerra, ma si occupavano principalmente del mantenimento dell’ordine pubblico, attraverso la repressione di moti contadini e la lotta al brigantaggio; oltre a ciò, era afflitto da gravi problematiche interne quali corruzione e clientelismo tra gli ufficiali, preferendo la fedeltà alla famiglia regnante rispetto alla competenza militare.

Il 14 maggio a Salemi, vicino a Trapani, Garibaldi dichiarò di assumere personalmente la dittatura dell’isola in nome di Vittorio Emanuele II e dell’Italia, pur essendo solo all’inizio della campagna di conquista della Sicilia ma con l’intenzione di lanciare un segnale forte sia al governo sabaudo che allo Stato borbonico.

Il primo grande scontro avvenne alle porte di Calatafimi il 15 maggio: i Mille, affiancati da volontari siciliani oppositori della monarchia che si univano a loro man mano che avanzavano, sconfissero e respinsero nella città 3000 soldati borbonici. Questa prima e sconvolgente vittoria cominciò ad alimentare miti e racconti di grandezza che ispirarono in un crescendo gli insoddisfatti del regime borbonico a sollevarsi, in parte unendosi alle truppe garibaldine e in parte mettendo in atto azioni di boicottaggio e protesta.

Da lì, Garibaldi si diresse verso Palermo, con un esercito di volontari che si aggirava sulle 4000 unità. Dal 27 al 30 maggio garibaldini, borbonici e insorti combatterono per le strade di Palermo, finché le truppe regie non chiesero l’armistizio, per poi abbandonare la città pochi giorni dopo. Garibaldi approfittò della vittoria per riconfermare la propria dittatura e dare corpo a un vero e proprio “governo provvisorio” dell’isola.

L’arrivo di nuovi volontari ed armi durante il mese di giugno accelerò l’avanzata ormai dirompente dei garibaldini, che il 20 luglio ebbero la meglio nella decisiva battaglia di Milazzo e appena una settimana dopo entrarono trionfalmente a Messina. Finiva così la campagna di Sicilia, e molti volontari siciliani lasciarono l’esercito e tornarono a casa.

L’avanzata dei Mille, oltre ai successi militari e al proselitismo tra la popolazione locale avversa alla monarchia borbonica, non fu però priva di ombre; le ripetute sconfitte del Regno di Napoli, insieme alle misure di redistribuzione della terra annunciate da Garibaldi per chi si fosse unito ai suoi volontari, produssero violente rivolte contadine, che in alcuni casi (come il noto episodio di Bronte del 2 agosto) furono represse duramente dalle stesse camicie rosse.

A metà agosto i garibaldini sbarcarono in Calabria, con l’appoggio ormai manifesto del governo e di Cavour, convintosi che l’impresa di Garibaldi fosse l’unico modo per abbattere i Borbone e unificare la penisola. L’avanzata fu rapida e non incontrò forti resistenze, a causa dell’incompetenza dei generali napoletani, dell’umore sempre più basso dell’esercito regio e contemporaneamente delle fila dei volontari che continuavano a ingrossarsi. Nel frattempo, al passaggio dei garibaldini si moltiplicavano le rivolte e le insurrezioni in diversi centri della Calabria e della Basilicata.

Il 7 settembre Garibaldi entrò a Napoli quasi senza resistenza e accolto come un liberatore, un giorno dopo l’abbandono della città da parte del re Francesco II. Tra fine mese e i primi di ottobre ebbe luogo la battaglia del Volturno, che riportò la vittoria decisiva dei garibaldini sulle truppe borboniche, parallelamente a reazioni in alcuni centri campani e molisani fomentate da generali regi e sedate dai volontari di Garibaldi.

Il rischio (e forse l’intenzione) di Garibaldi di avanzare su Roma e risalire poi la penisola convinsero il re a scendere in campo con l’esercito sabaudo. I due si incontrarono alla fine il 26 ottobre a Teano, dove Garibaldi accolse Vittorio Emanuele come “re d’Italia” e gli consegnò le terre conquistate, concludendo di fatto la spedizione dei Mille.


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