Lo scorso lunedì ho preso parte alla manifestazione a sostegno del popolo palestinese a Bologna, e ho avuto la sensazione di trovarmi coinvolta in qualcosa di più di un semplice corteo: un momento di svolta per il movimento italiano a sostegno della Palestina e contro le azioni del governo israeliano, una mobilitazione enorme e per alcuni aspetti diversa da quelle a cui abbiamo assistito finora.
Lo sciopero del 22 settembre è stato indetto dall’Unione dei Sindacati di Base per protestare contro la complicità del governo italiano con il genocidio in corso a Gaza e in solidarietà con la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla. Ha portato all’interruzione di numerosi servizi pubblici, soprattutto nell’ambito dell’istruzione, dei trasporti e delle attività portuali, grazie a una partecipazione capillare dei lavoratori di questi settori.
Ma non solo: a partire dallo sciopero nazionale sono state organizzate manifestazioni di piazza in più di 70 città italiane, a cui hanno preso parte non solo i sindacati di base ma anche una miriade di collettivi studenteschi e associazioni, oltre a tantissimi cittadini comuni e lavoratori indipendenti che hanno deciso di sospendere le proprie attività in sostegno alla causa. Come spesso accade in questi casi, ci sono stime contrastanti del numero di partecipanti alle principali manifestazioni, ma secondo gli organizzatori si sarebbe arrivati a 100.000 a Roma, 50.000 a Bologna e 80.000 a Milano.
Proprio a Milano, più precisamente alla Stazione Centrale, si è svolto l’episodio più eclatante di scontri tra manifestanti e polizia, su cui si è concentrata buona parte della copertura mediatica degli eventi di lunedì. Senza entrare nel merito di ciò che è successo, vale la pena notare che si è trattato di un caso abbastanza isolato e che soffermarcisi così tanto non fa che spostare l’attenzione dal vero fulcro dell’iniziativa. La presidente del consiglio non si è lasciata sfuggire l’occasione, riducendo le manifestazioni di lunedì a “violenze e distruzioni che nulla hanno a che vedere con la solidarietà e che non cambieranno di una virgola la vita delle persone a Gaza”.
Non mi sembra questa la sede per discutere che cosa sia consentito e cosa no nell’ambito della definizione di disobbedienza civile. Quello che invece è fuori dubbio è che gli scioperi e i cortei siano finalizzati esattamente a creare ritardi, disagi e blocchi, con un impatto tangibile sulla vita quotidiana delle persone e sull’economia di un Paese. Lo slogan della manifestazione di lunedì era proprio “Blocchiamo tutto”. Il messaggio dei manifestanti non poteva essere più chiaro: non basta più far capire che ci siamo, che siamo solidali con il popolo palestinese, che siamo convinti che quello che sta avvenendo a Gaza è un genocidio.
Quest’ultimo termine, carico di implicazioni politiche e che fino a qualche mese fa poteva essere appena sussurrato, la scorsa settimana è stato utilizzato in un importante rapporto da una commissione indipendente di esperti delle Nazioni Unite. Questo documento ha concluso che le azioni di Israele nei territori palestinesi occupati integrano in effetti le caratteristiche del crimine di genocidio.
L’intento di questa manifestazione, quindi, non era semplicemente quello di esprimere vicinanza alla causa: era quello di esercitare pressione su un governo reputato complice di quello che sta succedendo in Palestina. Un governo che non fa nulla per impedire la vendita di armi italiane all’esercito israeliano (IDF), che si rifiuta di prendere posizione contro Israele nelle sedi internazionali e che non supporta neanche le sanzioni recentemente proposte dalla Commissione europea, che pure sono state considerate da più parti insufficienti e tardive.

Nella stessa giornata del 22 settembre si è aperta l’80esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si protrarrà fino al 29 settembre e che ha visto al centro della propria agenda il tema della questione palestinese. Diversi Paesi occidentali, storicamente vicini ad Israele, hanno formalizzato la propria decisione di riconoscere lo Stato Palestinese: Francia, Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo. In seguito alla decisione di Francia e Regno Unito, in particolare, gli Stati Uniti restano l’unico tra i cinque Paesi con potere di veto del Consiglio di sicurezza dell’ONU a non aver riconosciuto la Palestina (dato che la Cina e la Russia l’avevano già fatto da tempo).
In molti si sono chiesti, tuttavia, se riconoscere la Palestina serva davvero a qualcosa, al di là delle implicazioni simboliche che il gesto porta con sé. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato i paesi che hanno annunciato il riconoscimento dello Stato Palestinese di mettere così in pericolo l’esistenza di Israele e di star offrendo una “ricompensa al terrorismo”. Ha inoltre affermato che “non ci sarà uno stato palestinese a ovest del Giordano”.
Il discorso che Donald Trump ha tenuto di fronte all’Assemblea Generale ha riecheggiato le parole di Netanyahu, ribadendo il sostegno incondizionato degli Stati Uniti al governo israeliano. Quello stesso sostegno incondizionato che Israele aveva ricevuto da parte del Segretario di Stato americano Marco Rubio il 16 settembre, appena prima che iniziasse l’offensiva via terra nella città di Gaza.
Se Israele continua a portare avanti l’occupazione di Gaza, decimando e affamando la sua popolazione e costringendo i pochi superstiti a fuggire sotto le bombe senza offrirgli un reale posto sicuro dove andare, resta da chiedersi: che senso ha riconoscere lo Stato Palestinese? E quale stato si sta riconoscendo, a ben vedere, se della Striscia di Gaza non resta che un cumulo di macerie, e se la gran parte dei territori della Cisgiordania sono occupati dai coloni israeliani?
Come ha scritto il giornalista palestinese Alaa Salama su una rivista indipendente israeliana, il riconoscimento della Palestina è inutile se non si riconosce lo stato di apartheid in cui di fatto vivono i palestinesi e se non si prendono misure serie e concrete per porvi fine.
E in un momento come questo, a maggior ragione, la priorità dovrebbe essere quella di porre fine all’offensiva in corso e alla carneficina che va avanti da quasi due anni, che ha portato all’uccisione di almeno 65.000 palestinesi.

Le manifestazioni che si sono tenute in Italia lo scorso lunedì rappresentano una delle più significative mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese che ci sono state in Europa dall’ottobre 2023. E sembrano voler dire, anzi urlare, che non possiamo continuare a vivere normalmente le nostre vite dopo due anni che assistiamo inermi a queste brutalità. L’esasperazione ha spazzato via i dubbi di coloro che vedevano la questione palestinese come qualcosa di distante, complicato, controverso.
Così si spiega l’ampia adesione a questa iniziativa, dove si è visto il coinvolgimento di categorie scarsamente sindacalizzate e politicizzate e, soprattutto, senza che lo sciopero fosse stato promosso da nessuno dei grandi sindacati confederali. E così si spiega anche la disponibilità a rischiare, ad esporsi personalmente a pericoli fisici e anche a compiere azioni al limite della legalità.
Questo è quello che succede quando la cittadinanza si accorge di avere qualcosa da perdere, e quando si ricorda che la disobbedienza civile è l’unico modo che ha a disposizione per fare pressione sui propri rappresentanti eletti. Per prendere le distanze dalle loro azioni e dire “non in mio nome”.
[…] contrario, le manifestazioni a supporto della popolazione palestinese si sono moltiplicate in vista della decisione di un numero […]