Le elezioni amministrative di maggio 2026 sono state un banco di prova decisivo per misurare il polso della condizione politica nazionale. A uscire vincitore dal duello è il centrodestra, non tanto per i voti raccolti, ma soprattutto perché la tempesta che ha colpito il governo dopo il referendum sulla giustizia non sembra aver impattato le sezioni locali dei partiti di maggioranza. I risultati lanciano un messaggio chiaro da entrambe le parti della barricata: Meloni ha capito che nonostante tutto il fronte da lei guidato ha retto il colpo del referendum (pur dopo aver attraversato qualche scossa di assestamento), mentre Schlein e i suoi devono sgonfiare le proprie convinzioni.
UNA PANORAMICA
Anche le elezioni amministrative non tradiscono la tendenza cronica di una bassa partecipazione popolare. Nelle 6.278 sezioni dove si è votato, si è registrata un’affluenza del 60,06%, nella tornata precedente, invece, la media aveva toccato il 64,91%. La statistica, ovviamente, è scoraggiante e testimonia una politica incapace di smuovere le coscienze, indipendentemente dal colore politico.
A far rumore è certamente l’elezione di Simone Venturini (cdx) a sindaco di Venezia, che rappresentava la piazza più ambita di queste elezioni. Meloni ha salutato il risultato ottenuto in Laguna come un vero e proprio miracolo mondiale, facendo sberleffi a Elly Schlein che aveva previsto che da Venezia sarebbe partito un messaggio forte verso Roma.
Sul fronte delle caselle conquistate, però, la situazione non si presenta così disastrosa per i dem. La coalizione di centrosinistra è riuscita ad affermarsi in diversi comuni della Toscana (tra cui Prato e Pistoia), a Salerno, grazie al fragoroso ritorno dello sceriffo De Luca e a Messina.
Il centrosinistra si è aggiudicato al primo turno diversi altri comuni, tra cui: Mantova, Avellino, Enna e Andria. Il centrodestra ha strappato ai dem Reggio Calabria (storica roccaforte della sinistra) e ha conquistato anche Crotone. Rimangono fermi al ballottaggio: Lecco, Macerata, Chieti, Trani, Agrigento e Arezzo. La battaglia su Arezzo risulta particolarmente interessante perché si configura come un banco di prova per il posizionamento di Azione in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo, dato che Marco Donati – rappresentante aretino di Azione – muove il 20% dei voti e dispone del potere per consegnare le chiavi della città a uno dei due schieramenti. Calenda, inoltre, già avverte che il suo sostegno a Roberto Gualtieri per le amministrative di Roma 2027 “non è affatto scontato”.
In ottica nazionale risulta altrettanto interessante il caso di Vigevano. Nel comune lombardo, la lista Futuro Nazionale, guidata da Roberto Vannacci, ha ottenuto il 14% delle preferenze, superando la Lega, della quale Vannacci è stato parassita fino al febbraio 2026. Il successo che la compagine di Vannacci ha ottenuto a Vigevano conferma la crescente irrilevanza della Lega e suggerisce che il ruolo di Futuro Nazionale sarà fondamentale nel definire gli esiti delle elezioni politiche del ’27.
UN REFERENDUM NON FA PRIMAVERA
Le amministrative in corso per il centrosinistra sono state la conferma che la condanna a morte del Governo Meloni non è così definitiva come si voleva credere a seguito del referendum sulla giustizia di marzo. Di certo il Governo Meloni ha accusato il colpo dell’esito referendario, ma le elezioni amministrative hanno dimostrato che il centrodestra è ancora forte a livello locale e ha smontato la narrazione di chi credeva che il referendum potesse tradursi in una valutazione sul governo.
Diversi osservatori avevano fatto notare come, anche volendo considerare i voti del referendum come preferenze politiche, centrodestra e centrosinistra avevano complessivamente mantenuto stabile il numero dei propri elettori. Nicola Piepoli, in tal senso, ha sottolineato come il “popolo si è opposto alla frantumazione del potere giudiziario”, e che l’esito “non è un colpo per il governo che è in sella e lavora. Questa è una vicenda chiusa senza strascichi”. Come Piepoli, anche Lorenzo Pregliasco ha sottolineato che sia stata principalmente l’idea di difendere la Costituzione ad aver mosso gli elettori (61% dei casi) e solo un terzo di chi si è schierato per il ‘no’ sostiene di averlo fatto per esprimere il proprio dissenso verso il Governo Meloni.

Per il centrosinistra, quindi, il referendum suggerisce l’esistenza di un certo senso civico all’interno della popolazione, ma segnala la necessità di dover trovare la chiave narrativa giusta per mobilitare l’elettorato indeciso e disaffezionato. Stefano Bonaccini, presidente del Partito Democratico, ha affermato che il referendum non èda leggere come una valutazione sul Governo Meloni, ma come un’evidenza che la destra si può battere e che – per quanto pervasiva, astuta e compatta – possa agire all’interno di un perimetro ampio, ma non infinito, che ha come limite la Costituzione.
COSA FARE ORA
Per battere la destra, il centrosinistra dovrà dimostrare di riuscire a superare le divisioni che ha presentato nel 2022; l‘unione è la condizione necessaria (ma non sufficiente) per poter giocare credibilmente la partita delle elezioni politiche del ’27.
Per stare uniti serve visione, che non vuol dire appiattire le differenze tra partiti, ma avere consapevolezza della responsabilità politica di dover proporre uno schema di valori diverso da quello di questo centrodestra. Ciò che voglio dire è che credo che, per una volta, si debba guardare maggiormente ai tratti comuni all’interno del centrosinistra e non tanto a ciò che lo divide.
Avere visione significa sapere dove si vuole condurre il paese. Il centrodestra ha dimostrato di avere visione perché si è mostrato coeso quando le occasioni hanno richiesto di stringersi intorno a un obiettivo. Se davvero il centrosinistra si riconosce in un ideale costituzionale, il 2027 sarà l’anno in cui dimostrare che l’amore verso il Paese e la Costituzione è più grande dell’amore per sé stessi e del proprio edonismo.
ULTIME CONSIDERAZIONI
Gli imperativi per il centrosinistra sono tre (e li propongo in ordine consequenziale): capire la propria identità, redigere il programma, identificare un leader.
Credo che il centrosinistra debba capire la propria identità perché dal 2022 si è limitato a definirsi per antitesi, come a dire “noi non siamo come il centrodestra”, senza però riuscire a definirsi solamente guardando a sé. Può essere un buon inizio, ma cos’è che lo rende diverso dal centrodestra? Dicevamo prima l’identificazione nella Costituzione potrebbe essere il punto di partenza. L’appello che lancio è che il centrosinistra trovi la propria identità non a partire dall’altro, ma da sé stesso.
Fatto ciò si dovrà scrivere il programma. Io un programma politico non l’ho mai scritto, ma mi piacerebbe che, se il paese che sogniamo è quello descritto nella Costituzione, si disegni un’Italia ideale e si cerchi di spingere l’Italia reale verso l’orizzonte che vogliamo raggiungere, tramite un’attenta identificazione delle priorità del Paese.
L’ultimo passaggio sarà il leader. Meloni è una donna sola al comando, lei sola rappresenta la stabilità del suo Governo, mentre è circondata da gente inetta o impresentabile. La personalizzazione della politica trova in Meloni una delle sue più evidenti rappresentazioni. E se provassimo a invertire il paradigma? Cosa succederebbe se la campagna elettorale del centrosinistra fosse costruita su un’idea di collettività e non sull’immagine del leader?
L’errore sciagurato sarebbe identificare un leader semplicemente in virtù della popolarità e non dell’appropriatezza a rappresentare un campo che – se vorrà vincere – dovrà essere non solo largo, ma larghissimo. Ecco perché potrebbe avere senso proporre un rappresentante nuovo, un volto intonso non macchiato da errori del passato, con un’identità calzante e coerente con il programma, non adattata a un programma cucitogli addosso in maniera maldestra.
Per aspera…
