Martedì 7 luglio la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva la riforma sui concorsi universitari proposta dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. Secondo la ministra questo provvedimento potrà ridurre i casi di nepotismo e l’eccesso di candidati abilitati. Secondo i critici però non otterrà gli effetti sperati e rischia di ottenere un effetto contrario.
I contenuti della riforma
Finora, per partecipare ai concorsi universitari, i candidati e le candidate dovevano ottenere l’abilitazione scientifica nazionale (ASN) che, secondo il governo, creava false aspettative. L’abilitazione attestava le qualifiche e le capacità dei singoli candidati e delle singole candidate con particolare rilevanza alle pubblicazioni su riviste scientifiche. Dopo aver ottenuto l’ASN da parte di una commissione nazionale serviva poi vincere un bando; la falsa aspettativa evidenziata dal governo sta nell’idea che una volta ottenuta la certificazione si ottenesse un diritto per ottenere l’incarico da professore.

Secondo Bernini, questo impianto aveva permesso la creazione di un sistema in cui il numero di abilitati era molto superiore ai posti realmente disponibili, e l’idea delle false speranze si mostra con la richiesta di aumentare il tempo di validità della certificazione. Con la riforma, l’ASN viene sostituita da un’autocertificazione per cui i candidati e le candidate per i ruoli di professore dovranno dichiarare di avere certi requisiti. Tuttavia, tali requisiti devono ancora essere definiti, in quanto saranno oggetto di futuri decreti attuativi della riforma.
Inoltre, con questo provvedimento cambiano anche le regole riguardanti i bandi di assunzione del personale accademico, attribuendo maggiore autonomia ai singoli atenei.
Le critiche
Le critiche verso questa riforma sono molte. Secondo il sindacato FLC-CGIL (Federazione dei Lavoratori della Conoscenza) la decisione di abolire le ASN non risolve i problemi esistenti nella valutazione, ma ha lo scopo di eliminare i contenziosi giuridici nati negli anni in merito alla certificazione. Secondo il sindacato, l’assenza di una commissione e la sostituzione con un’autocertificazione porta ad una valutazione quantitativa rispetto ai titoli e non qualitativa.
Per alcune associazioni e movimenti universitari la riforma non risolve i problemi di nepotismo, ma anzi permette di selezionare i docenti non in base al settore, ma su uno specifico tema di ricerca. In questo modo, quindi, i bandi diventano “cuciti su misura” portando a potenziali derive legate a fenomeni di raccomandazione. A queste voci si uniscono quelle di 144 società scientifiche che hanno sottoscritto un appello alla luce di un rischio di un sistema centralizzato, meno libero e sommerso dalla burocrazia.
Durante il dibattito in Senato, Andrea Crisanti, senatore del Partito democratico (PD), ha criticato la riforma affermando che non va a sradicare gli attuali meccanismi di reclutamento del personale docente, basati sul “servilismo” anziché sulla qualità. Infatti, il senatore ha sottolineato come il sistema di reclutamento attuale ha avuto un impatto “devastante” sulla qualità della ricerca in Italia. Oggi, ha riportato Crisanti, l’80% di professori e professoresse universitarie hanno svolto tutto il loro percorso accademico all’interno dello stesso ateneo, valore ben più alto dei colleghi e colleghe all’estero. Questo sarebbe il sintomo di selezioni valutate su rapporti personali con chi dovrebbe selezionare i ricercatori e le ricercatrici.
I fatti di cronaca
Le dinamiche di localismo presenti nel sistema sono emerse in due vicende avvenute negli ultimi mesi. A febbraio l’Università di Verona ha annullato un concorso finito nella bufera perché aveva come candidato unico il figlio di un ex rettore dell’università. Durante le fasi preparatorie del bando, però, l’ex rettore era ancora in carica e il figlio aveva avuto diversi ruoli nell’ateneo. Secondo l’università di Verona, la procedura concorsuale era stata modificata permettendo al figlio del rettore di poter partecipare, cosa che altrimenti non avrebbe potuto fare.
Recentemente, poi, Isaia Invernizzi su il Post ha ricostruito un concorso anomalo all’Università di Catanzaro la cui vincitrice aveva un rapporto professionale con uno dei commissari. Solo a lei è stato scontato un anno di scuola di specializzazione per poter fare la ricercatrice, possibilità non prevista dalla legge. Sul tema sono state presentate un’interrogazione e un’interpellanza parlamentari rispettivamente al Senato e alla Camera.
Studente della magistrale di Giornalismo e Comunicazione Politica, laureato in Scienze della Comunicazione. Appassionato del marasma della politica italiana con particolare attenzione su come comunica.