La legge sul fine vita in Italia continua a muoversi in uno spazio grigio non ancora regolamentato. Anche l’ultima proposta di legge sul tema, quella del senatore del PD Alfredo Bazoli, è stata rinviata alle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato. È l’ennesimo affossamento specchio di un paese fortemente ancorato al conservatorismo cattolico.
Muoversi tra le righe
Una legge sul suicidio assistito in Italia non esiste. Non è presente una legge del Parlamento che permette ai cittadini di somministrarsi in maniera autonoma e solamente a determinati condizioni, un farmaco letale.
Nonostante questo, nel nostro Paese non è illegale ricorrere ad una pratica simile. Questo è possibile non per volontà politica, ma a seguito di un precedente storico: una sentenza della Corte costituzionale del 2019. La sentenza chiarisce le situazioni in cui il suicidio assistito non può essere punito (e di conseguenza quando è possibile effettuarlo), lasciando comunque grandi difficoltà circa le modalità di attuazione ed i tempi in cui questo può essere fatto.
La Corte costituzionale ha cercato più volte di fare pressione al Parlamento per spingerlo a legiferare sul tema ma senza alcun successo. Questo ha portato alla nascita di numerose raccolte firme indipendenti per la realizzazione di proposte di legge regionali per cercare di regolamentare la questione (la Toscana, ad esempio, è stata la prima regione ad approvarla).
Ad aiutare i cittadini che vogliono svolgere questa pratica non è quindi lo Stato, ma una serie di associazioni no-profit come l’associazione Luca Coscioni, che si batte fortemente per l’ottenimento di una legge specifica e che svolge un servizio di divulgazione e informazione sul tema, oltre che assistenza legale a chi vuole intraprendere questo percorso. All’interno dell’associazione sono presenti diversi avvocati che si occupano delle questioni legali legate a pratiche simili. L’avvocata e segretaria nazionale dell’associazione, Filomena Gallo, spiega che chi vuole ricorrere alla pratica del suicidio assistito deve prendere contatti con l’ASL della propria regione e inviare una richiesta di verifica delle proprie condizioni, sul rispetto della sentenza 242/2019 della Corte costituzionale.

Le condizioni da verificare sono che il soggetto richiedente sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli, che sia affetto da patologie irreversibili fonti di sofferenza fisica o patologica ritenuta intollerabile e che sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale (cosa rientri in quest’ultima dicitura è uno degli aspetti più critici perché interpretabile in maniera differente da parte delle aziende sanitarie).
L’ennesimo blocco
Il 3 giugno 2026 il ddl proposto da Alfredo Bazoli, durante l’esame in aula di Senato ha subito il rinvio alle commissioni di Giustizia e Affari sociali, con 88 voti favorevoli e 59 contrari. Tali atteggiamenti nei confronti delle proposte di legge sul fine vita non sono nuove e dimostrano il mancato interesse politico del nostro paese di occuparsi di una questione del genere. Infatti, viste le elezioni politiche del 2027, è quasi impossibile che entro questa legislatura il ddl possa essere nuovamente discusso e che possano essere presentati emendamenti ed un’eventuale discussione alla Camera.
Nello specifico la proposta portata avanti da ottobre 2022 dal senatore Bazoli prevede, oltre alle quattro condizioni per la richiesta del fine vita elencate sopra, il diritto alle cure palliative come prima alternativa, la presenza di un parere da parte del comitato etico territorialmente competente, la depenalizzazione per i medici ed il personale sanitario che agevolano la procedura e la possibilità che un medico si esponga come obiettore di coscienza ma che venga in ogni caso garantita al paziente la propria richiesta.
Nell’inserirsi all’interno della discussione, anche la maggioranza propose delle modifiche al testo originale nell’estate del 2025. Riprendendo il disegno di legge di Bazoli, Fratelli d’Italia riteneva che i comitati clinici territoriali che supportano la decisione delle aziende sanitarie nazionali che forniscono i trattamenti per il suicidio assistito, dovessero essere raggruppati in un unico ‘Comitato etico nazionale’ con competenza su tutti i casi di tutte le regioni (nel testo di Bazoli questi comitati dovevano essere organizzazioni composte da esperti in materia e capaci di valutare i casi maggiormente complicati e fornire pareri attendibili).
Secondo la proposta della maggioranza, questo comitato doveva essere composto da sette esperti nominati dal presidente del Consiglio tramite decreti. In questo modo è evidente che esso sarebbe politicamente vicino al governo in carica in quel momento.
Inoltre, l’altro elemento che suscitò dubbi del testo di modifica del governo è l’articolo 4 che afferma che ciò di cui dispone il Servizio sanitario nazionale, che sia personale in servizio, farmaci o strumentazioni non può essere impiegato al fine dell’agevolazione della pratica di morte assistita.
È il senatore e presidente della commissione Sanità Francesco Zaffini ad affermare che i soldi pubblici non possano essere spesi per il diritto di morire e che la sentenza della Corte costituzionale non introduce di fatto il diritto per i cittadini di ricevere il trattamento della morte assistita.
Vivere o fuggire
Sembra ironico che mentre la legge sul fine vita veniva rinviata per l’ennesima volta, Lucia, una cittadina triestina di 80 anni, abbia dovuto abbandonare il paese e recarsi in Svizzera per ottenere il diritto da lei richiesto ad agosto 2025.
Nonostante fosse affetta da una patologia neurodegenerativa progressiva ed incurabile, fosse dipendente da caregiver da anni e convivesse con gravi limitazioni motorie, spasmi e dolori, alla richiesta di accedere alla morte volontaria assistita (sulla base della sentenza “Cappato-Antoniani” 242/2019 della Corte costituzionale), l’azienda sanitaria del Friuli Venezia Giulia competente aveva rifiutato, interpretando il suo caso come esente dalla dipendenza da trattamento di sostegno vitale.
Anche in questo caso, accanto alla donna si sono posti i volontari e gli attivisti di Soccorso Civile (Matteo d’Angelo e Antonella Lauvergnac), associazione per le disobbedienze civili sul fine vita di Marco Cappato, nonché tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni.
“Oltre alla sofferenza inflitta dalla malattia, Lucia ha dovuto subire una violenza inflitta dallo Stato italiano. Chiediamo che sia fatta giustizia”, le parole di Marco Cappato e Filomena Gallo dopo aver preso parte alla battaglia legale di Licia.
Prossimi passi

Al momento, quindi, nulla cambia e tutto resta uguale. L’ Italia resta in una situazione in cui la Corte costituzionale sta svolgendo il lavoro che il Parlamento rimanda e di cui non vuole prendersi la responsabilità. Essa non avrebbe il compito di fare le leggi, ma di stabilire, tramite delle sentenze, se una legge già scritta sia conforme alla Costituzione italiana o meno. La questione etica del fine vita è spinosa sia per la maggioranza che per l’opposizione; entrambe in difficoltà nell’esporsi su un tema così divisivo nel nostro paese e di conseguenza politicamente sconveniente.
Inoltre, il fatto che per le votazioni su questioni etiche sia presente lo scrutinio segreto, per cui non può esser noto il voto di ogni singolo parlamentare, conduce alla probabilità che il rinvio sia stato apposto per evitare che alcuni membri della maggioranza potessero votare a favore (sia deputati di Forza Italia che la Lega hanno ultimamente espresso pareri più aperti sulla questione). È evidente che non può essere ritenuta sufficiente una sentenza della Corte costituzionale e che una legge che regolamenti il procedimento e le modalità per accedere ai trattamenti per il suicidio assistito in Italia è necessaria.
Lo è, in particolare, perché ora diverse regioni italiane si stanno muovendo in maniera autonoma, stanche dell’immobilismo del nostro Paese.
L’assenza di una legge che chiarisca i criteri di accesso alla pratica ed i suoi tempi costringe i cittadini che vogliono accedere a questo trattamento e che sono stanchi dei dinieghi delle aziende sanitarie a rivolgersi alle associazioni dedite alla causa per ottenere un diritto che al momento sfuma nelle zone grigie della nostra legislazione e che spesso li costringe a recarsi all’estero.