Da una decina di giorni, si è conclusa la settimana santa di Sanremo, ma per le polemiche sembrerebbe esserci ancora molto spazio. I riflettori sono tutti puntati sulla canzone vincitrice Per sempre sì di Sal Da Vinci che sembra unire e dividere gli italiani.
Per alcuni, la canzone — dalle sonorità neomelodiche — è orecchiabile e ballabile. Per altri, invece, (escludendo chi si limita a criticare il brano per le origini regionali del cantante) il testo è un elogio al matrimonio tradizionale e inno al patriarcato.
Le due categorie sono chiare: da una parte, c’è chi considera la musica come forma di intrattenimento e svago, fermandosi, nel giudizio, alla superficie. Dall’altra, c’è chi ritiene che la musica debba trasmettere dei valori e dei modelli sociali e quindi scava nelle profondità del messaggio.
A settantasei anni dalla sua nascita, quanto il Festival della canzone italiana rappresenta l’Italia di oggi dentro e fuori i confini del Bel Paese?
Sanremo è impossibile da ignorare
Durante la settimana del Festival, ignorare Sanremo è praticamente impossibile
Nel 2026 circa il 63% dei telespettatori italiani ha seguito la kermesse, trasformandola ancora una volta in un appuntamento collettivo. Per molti italiani Sanremo è un vero rito: serate passate sul divano con amici, parenti o coinquilini tra pronostici, commenti e sfide al Fantasanremo.
Ma non tutti vivono il Festival allo stesso modo.
C’è chi guarda tutte le serate in diretta commentando sui social i meme più iconici con la propria community. Altri preferiscono recuperare il giorno dopo, on demand, i momenti più virali: gaffe, esibizioni degli ospiti o interventi particolarmente discussi. E poi c’è chi del Festival farebbe volentieri a meno, ma finisce comunque per esserne coinvolto indirettamente: pagine di giornali, trending topic sui social e dichiarazioni dalla sala stampa.
Perché anche se il Festival non lo guardi, è impossibile restarne completamente fuori “perché Sanremo è Sanremo”: il festival nazionalpopolare è una combinazione unica di musica e spettacolo e per molti artisti, giovani in erba o già navigati nel panorama musicale italiano, l’Ariston è il Palco che fa emozionare e tremare le gambe, non solo per la temuta discesa dalle scale, e che scopre e riscopre vecchi e nuovi talenti.
Ma il parterre di artisti non è sempre stato così eterogeneo: per molti anni, al Festival trionfava un solo tipo di brano: “la canzone sanremese“.
La canzone sanremese: ieri, oggi e domani
La cosiddetta “canzone sanremese” è un modello tradizionale della musica leggera italiana fatto di melodie semplici e orecchiabili che mettono al centro il bel canto e l’emozione. L’emozione di una bella voce e di testi introspettivi che sondano i sentimenti più intimi dell’animo umano (amore, perdita, speranza, nostalgia, malinconia, dolore) sono gli ingredienti necessari per colpire immediatamente il grande pubblico televisivo e dal vivo. O almeno era così in passato.
Per decenni, la canzone vincitrice del Festival ha rispecchiato questi canoni di estetica musicale: da Papaveri e papere di Nina Pizzi (1952) a Perdere l’amore di Massimo Ranieri (1988) per arrivare a Come saprei di Giorgia (1995). A partire dagli anni ’80, il Festival si è man mano distaccato da questo modello di sonorità “dolce” per assorbire nuovi linguaggi musicali popolari: il rock, il pop internazionale, l’indie, l’urban e il rap.
Emblematiche sono le vittorie di canzoni come Occidentali’s Karma di Francesco Gabbani (2017), Soldi di Mahmood (2019), Zitti e buoni dei Maneskin (2021) e la Noia di Angelina Mango (2023). Brani che rispecchiano universi musicali molto diversi, ma accomunati da un elemento: rappresentano una rottura rispetto allo stereotipo della tradizionale canzone sanremese.
Anche tra le canzoni in gara quest’anno, molte proposte uscivano dallo schema “sanremese”.
Artisti come Nayt con il suo rap introspettivo Prima che; Samurai Jay e il suo tormentone latineggiante Ossessione; Ditonellapiaga con l’ elettronico Che Fastidio!; Sayf e il suo rap melodico Tu mi piaci tanto, e Dargen D’Amico con una dance-pop AI AI.
La canzone sanremese sta cambiando alla velocità della luce; eppure solo gli Italiani sembrano accorgersene.
Un autentico capolavoro italiano
Questo reel reaction alla canzone Per sempre sì mi è apparso per caso scrollando il mio feed di Instagram. L’autore della reaction è l’ Eurovision content creator Adam McCalling, un volto a me sconosciuto che però mi ha incuriosito in particolar modo per due frasi: la prima ” questo è un autentico capolavoro italiano” e la seconda “Grazie Italia per riportare un po’ di qualità sul palco dell’Eurovision”. Le sue parole mi hanno fatto molto riflettere e da lì è nata l’idea di questo articolo.
La percezione di un grande cultore e fruitore dell’Eurovision come McCalling è che Per sempre sì di Sal Da Vinci sia l’autentico specchio della musica italiana di oggi. Lungi da me esprimere un parere musicale sul brano di Da Vinci, ma questo significa che fuori dai confini nazionali, la nostra musica continua a essere associata a quello stereotipo della canzone sanremese tradizionale, una ballad melodica orecchiabile che parla di matrimonio (il coronamento cattolico dell’amore) e che esalta la grande vocalità dell’artista.
La “qualità” di cui McCalling parla è inseparabile dall’etichetta incollata da decenni alla musica italiana: un bel canto romantico capace di riempirti il cuore, ma non di scompigliarti i capelli.

Sono laureata in Lingue e letterature straniere all’Università di Bologna. Sono una romagnola doc che ama la sua terra d’origine con la sua musica popolare e la sua invidiabile tradizione culinaria. Ah si, dimenticavo: mi piace scrivere di qualunque cosa mi incuriosisca, soprattutto se si tratta di arte, cultura e storia.
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- Esterno_del_teatro_Ariston_Festival_di_Sanremo_2026 (1): Ferdinando Traversa, Wikimedia Commons | CC BY-SA 4.0 International