Perché “1997: Fuga da New York” è il film più politico e brutale di John Carpenter — e oggi fa ancora più paura

12 Mar , 2026 - Cultura

Perché “1997: Fuga da New York” è il film più politico e brutale di John Carpenter — e oggi fa ancora più paura

Nel 1981 arriva nelle sale la quinta pellicola di John Carpenter e suo primo grande capolavoro: “1997: Fuga da New York”, un thriller fantascientifico destinato a lasciare un segno profondo negli anni successivi nel cinema e non solo.

Il film è ambientato in un futuro distopico in cui gli Stati Uniti hanno progressivamente imboccato una deriva autoritaria. La criminalità è diventata talmente ingestibile che l’intera isola di Manhattan è stata trasformata in un gigantesco carcere di massima sicurezza a cielo aperto, nessuna guardia all’interno, nessun controllo reale, solo criminali abbandonati a loro stessi in quello che una volta era il centro del benessere e che ora è solo una città decadente.

Quando l’aereo del Presidente degli Stati Uniti viene dirottato e precipita proprio sull’isola-prigione, il capo di Stato finisce nelle mani di una delle bande che dominano il territorio, guidata dallo spietato Duca. Per salvarlo le autorità decidono di mandare Snake Plissken, ex soldato pluridecorato diventato criminale.

A Snake vengono concesse 24 ore per portare a termine la missione. Se fallirà, le capsule esplosive che gli sono state iniettate nel collo faranno esplodere le sue arterie. In cambio della libertà dovrà infiltrarsi nella Manhattan-prigione e recuperare il Presidente, che porta con sé un’audiocassetta contenente informazioni cruciali sulla fusione nucleare, tecnologia che garantirebbe agli Stati Uniti la supremazia militare su Russia e Cina.

Nonostante il budget contenuto Carpenter riesce a creare scenario urbano decadente con una Manhattan deserta, sporca e anarchica. Le scenografie sono essenziali e la pellicola vive di luci notturne con una fotografia cupa e la quasi assenza delle luci del giorno.

Il film è permeato da un’atmosfera tetra in cui veniamo messi di fronte ad un mondo governato dalla paura e dal controllo, in cui il confine tra democrazia e autoritarismo si assottiglia fino a diventare impercettibile e dove gli outsider di New York sembrano quasi più umani e legati ad un proprio codice morale rispetto allo stato e a chi lo rappresenta.

Tra i vari aspetti il film vive anche dei suoi personaggi, primo fra tutti Snake Plissken (ribattezzato Iena nell’adattamento italiano), interpretato da un memorabile Kurt Russell. Lontanissimo dall’eroe classico del cinema americano, Snake è cinico, disilluso e profondamente individualista. Ex militare decorato e criminale, accetta la missione soltanto per ottenere la grazia. Accanto a Kurt Russell troviamo nomi quali Donald Pleasence Adrienne Barbeau, Harry Dean Stanton, Isaac Hayes, Lee Van Cleef ed Ernest Borgnine.

A completare il quadro contribuisce la colonna sonora, composta dallo stesso Carpenter, che trasmette perfettamente il senso di tensione e isolamento per una pellicola che fa delle sue atmosfere uno dei suoi punti di forza.

“1997: Fuga da New York” è un film che, oggi forse più che ieri, riesce a catturare il senso di disillusione moderna verso un sistema che fa dalla sicurezza e del controllo le sue parole d’ordine ma che si limita a punire ed emarginare chi, in fin dei conti, si trova già ai margini della società.

Carpenter gira uno dei suoi film politicamente più brutali, nel quale traspare tutta la sua poetica: la disillusione verso il potere costituito e il disprezzo verso un certo tipo di istituzioni viste dal regista come uguali, in fin dei conti, agli stessi criminali che vuole combattere, se non fosse che questi ultimi riescono nella loro anarchia a mantenere un barlume di umanità.

Il magnifico finale ribalta la retorica del cinema americano dell’epoca, in cui gli Stati Uniti uscivano inevitabilmente vincitori e moralmente superiori. Infatti, qui Carpenter ci mostra che i buoni non sono sempre necessariamente migliori dei cattivi che combattono e che anche un criminale incallito può avere una moralità più alta del presidente degli Stati Uniti.

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