Al centro del dibattito internazionale è ormai tornata la parola “genocidio” . Il lungo percorso giuridico, politico e morale dietro a questo termine costringe in questo momento il mondo intero a fare i conti con la propria responsabilità.
Il significato internazionale
Il 9 dicembre 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 260 adotta la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, la quale entra in vigore a livello internazionale il 12 gennaio 1951; in Italia il 2 agosto 1952. All’interno della Convenzione si afferma che “il genocidio è un crimine di diritto internazionale […] condannato dal mondo civile.” Inoltre, diversi articoli della stessa specificano meglio il significato di tale termine:
“Ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso: uccisione di membri del gruppo, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, il fatto di sottoporre il gruppo in maniera deliberata a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo, trasferimento forzato di fanciulli”.
La Convenzione si prefigge di punire gli atti di genocidio, ma anche quelli intenti a commetterne o a incitarne il compimento o il tentativo, oltre che la complicità allo stesso. I responsabili, si cita, saranno puniti “sia che rivestano la qualità di governanti costituzionalmente responsabili o che siano funzionari pubblici o individui privati”. In merito a ciò le parti contraenti dovrebbero impegnarsi a emanare delle leggi che siano in grado di attuare delle sanzioni efficaci per le persone colpevoli.

Le origini
La parola “genocidio” viene adottata per la prima volta da Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco che in un articolo del 1945 afferma di essersi “preso la libertà d’inventare la parola”, sottolineando come con essa si riferisca ad un fenomeno non nuovo nella sua espressione e manifestazione, quanto nella sua concezione.
Coniato il termine incrociando il greco ghénos (“tribù” o “razza”) e il latino caedo (“uccidere”), egli afferma che l’elemento fondamentale è l’intenzione di un piano coordinato alla distruzione di gruppi per porre fine alla loro esistenza. Per non fraintendere le parole di Lemkin, egli scrive:
“Il fine può essere raggiunto mediante la disintegrazione forzata delle istituzioni politiche e sociali, della cultura del popolo, della sua lingua, dei suoi sentimenti nazionali e della sua religione. Può essere raggiunto cancellando ogni base di sicurezza personale, libertà, salute e dignità. Quando questi mezzi falliscono, la mitragliatrice può sempre essere utilizzata come ultima spiaggia. Il genocidio viene perpetrato contro un gruppo nazionale come entità e l’attacco alle persone è solo secondario all’annientamento del gruppo nazionale cui appartengono.”
Il giurista esamina le tecniche utilizzate per la realizzazione di un genocidio in maniera totale, rilevando come siano molti gli elementi fondamentali da tenere in considerazione: politica, struttura sociale, modello culturale, religione, morale, economia, biologia e fisica.
L’altra questione che sorge dalle riflessioni di Lemkin riguarda le implicazioni a livello internazionale:
“Le pratiche del genocidio colpiscono ovunque gli interessi vitali di tutti i popoli civilizzati. Le sue conseguenze non possono essere né isolate né localizzate. Tollerare il genocidio è un’ammissione del principio secondo cui un gruppo nazionale ha il diritto di attaccarne un altro a causa della sua presunta superiorità razziale. Tale principio esorta a espandere tali pratiche al di là dei confini dello Stato colpevole e questo significa guerre di aggressione.”
Utilizzo del termine
Col tempo sempre più discipline hanno tentato di attribuire un altro significato al termine “genocidio”, cercando di accostare a esso parole come “politicidio” (su proposta di Gurr e Harff) o “democidio” (suggerita da Rummel). Tali prese di posizione fanno sì che a livello comunicativo sia ancora più complesso riuscire a trovare univocità nella sua comprensione, interiorizzazione e, in ultimo, utilizzo.
Come ben noto, a partire dal 7 ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas a Israele e alla risposta sproporzionata di quest’ultimo, la parola “genocidio” prende a risuonare incessantemente all’interno della società e nei media internazionali.
Il 29 dicembre 2023 il Sudafrica avvia un procedimento contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia, accusando lo Stato di star compiendo un genocidio nei confronti dei Palestinesi. Lo Stato sudafricano si muove sulla base di due osservazioni: il numero di civili uccisi nella Striscia e il tipo di dichiarazioni rilasciate dai membri del governo israeliano, come ad esempio la volontà di deumanizzare completamente le vittime degli attacchi, definendo loro “animali umani”, stando alle parole di Gallant, ex ministro della difesa israeliana.
Ma le dichiarazioni incriminate sono molte. Si può citare quella di Daniel Hagari, il portavoce delle Forze israeliane, il quale ha affermato che l’attenzione dovrebbe essere quella di “massimizzare il danno”, attuando una strategia sproporzionata e indiscriminata. Oppure, Revital Gottlieb, deputata del partito Likud (destra nazionalista) di Netanyahu, ha reso pubblici tramite post sui social messaggi come “Abbattete gli edifici! Bombardate senza distinzione!! Spianate Gaza, senza pietà!”.
Queste affermazioni sono tutte raccolte dal rapporto “Anatomia di un genocidio” (28 marzo 2024), redatto da Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi. Albanese infatti si è da subito mobilitata per rendere evidente a tutti i gravi crimini commessi da Israele, venendo fortemente criticata e colpita da sanzioni.
In questo rapporto, la Relatrice si sofferma con grande dedizione e professionalità sui fatti storici e contemporanei che possono portare lo Stato di Israele a legarsi all’accusa di attuazione di genocidio. All’interno si legge:
“L’intenzione dell’autore di distruggere il gruppo in tutto o in parte distingue gli atti di genocidio dagli altri crimini internazionali. L’intento specifico può essere stabilito attraverso prove dirette, quali dichiarazioni dall’alto comando o documenti ufficiali, o dedotto da schemi di condotta. In quest’ultimo caso, i modelli di comportamento o il modo in cui gli atti sono stati perpetrati devono essere tali da indicare solo l’esistenza di tale intento [genocida] e l’esistenza dell’intento deve risultare l’unica deduzione che potrebbe essere ragionevolmente tratta”.
Al momento della redazione del rapporto, degli elementi elencati all’interno della Convenzione sul genocidio del 1948, Israele ne vedeva violati ed attuati almeno tre: uccidere membri del gruppo, causare gravi lesioni all’integrità fisica e psichica di persone appartenenti al gruppo, causare deliberatamente condizione di vita tali da comportare distruzione fisica totale o parziale del gruppo.
Ed ora?
Una commissione di inchiesta indipendente nominata dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, il 16 settembre 2025, ha rilevato che Israele sta violando quattro delle casistiche della Convenzione sul genocidio: uccidere persone del gruppo, ferire e causare danni letali, infliggere condizioni di vita che li portino a morire, impedire la procreazione. L’intento genocidario è quindi ora ufficiale e gli stati Terzi firmatari della Convenzione dovrebbero ora più che mai rispondere ai loro obblighi e alle loro responsabilità.
La polarizzazione che in particolar modo dal 7 ottobre si è prodotta rispetto al tema non presenta nulla di positivo. Le persone che sin da subito hanno parlato di genocidio, da un lato, si sono viste additare la figura di antisemiti e, dall’altro, hanno contribuito in maniera indiretta a fomentare le ragioni di coloro che sostengono l’autodifesa di uno stato che è già lì, che esiste ed è riconosciuto, e che in maniera del tutto illegittima sta continuando a essere causa dello sterminio di un popolo.
Come spesso accade, la spettacolarizzazione degli eventi e della frattura ideologica sul tema non è tardata ad arrivare e sempre più numerosi sono stati i talk che hanno cercato di trattare la questione seguendo il modello a cui siamo abituati (per lo meno in Italia): due persone con pensiero opposto che cercano di avere un dialogo, arrivando il più delle volte ad alzare il tono della voce e a interrompere l’altro, fino a rendere il tutto incomprensibile. La problematica maggiore in questi casi è lo spostamento del focus dall’oggetto del dibattito, ai soggetti della discussione. Discussione che, dopo essere andata virale sui social, non vedrà la realizzazione da parte d’emergere negli utenti di un pensiero critico, quanto più probabilmente un goliardico commento.
Riguardo l’autodifesa, essa dovrebbe essere circoscritta nello spazio e nel tempo e sulla base di principi di proporzionalità; ma sembra che le nazioni preferiscono strumentalizzare questioni simili e rimanere adagiate sulle certezze di equilibri costruiti nel tempo, che potrebbero vacillare se decidessero di condannare concretamente ciò che Israele sta compiendo.
È evidente, infatti, che le questioni economiche abbiano una grande rilevanza e che la fornitura di armi per mano delle aziende e il loro conseguente profitto sono il motivo dell’indifferenza riguardo le atrocità in corso. Le multinazionali, le imprese commerciali pubbliche e private sono direttamente collegate ai fatti.
Non solo il settore della produzione bellica può essere preso in esame, ma anche quello delle aziende tecnologiche, dell’edilizia, dell’estrazione, delle banche e delle università. Ognuna di queste ha rapporti con Israele e da esso trae vantaggio. In un altro rapporto di Francesca Albanese dal titolo “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” vengono presi in analisi settori e aziende internazionali che ad oggi non hanno smesso di avere legami con Israele. Per citarne alcuni: Amazon, Booking Holding, Airbnb, la multinazionale statunitense Lockheed Martin, l’azienda italiana Leonardo, la collaborazione di istituzioni come il Massachusetts Institute of Technology, fornitori come la giapponese FANUC Corporation, compagnie di navigazione come la danese A.P. Moller – Maersk A/S e l’azienda Caterpillar.
Alla luce di tutto questo, ciò che rimane come dato di fatto è che al di là del significato che la parola genocidio ha avuto, ha e potrà avere nel futuro, ad oggi, quello in atto in quel lembo di terra lo è a tutti gli effetti. La mancata presa di posizione di numerosi governi inizia a stare stretta anche a gran parte della popolazione civile, che non sembra voler venir meno alla possibilità di manifestare il proprio dissenso.
Al contrario, le manifestazioni a supporto della popolazione palestinese si sono moltiplicate in vista della decisione di un numero crescente di Paesi di riconoscere lo Stato di Palestina e una grande vicinanza si è mostrata anche nei confronti della missione pacifica intrapresa dalla Global Sumund Flotilla per portare aiuti umanitari a Gaza.
Quanto appena detto, insieme al riconoscimento del genocidio in corso, non cambierà le sorti di una popolazione che sta venendo annientata, per lo meno fino a quando non si prenderanno misure concrete e si metteranno da parte gli interessi di profitto.
[…] parole del Reichsmarschall risuonano ancora oggi, in un mondo in cui il rispetto del diritto internazionale è diventato una scelta piuttosto che un dovere, e fanno riflettere sulla complessità della realtà e sulla pericolosità di ridurla ad una […]