I giudici bloccano il Paese? Nuovi scontri tra politica e magistratura

6 Nov , 2025 - Attualità

I giudici bloccano il Paese? Nuovi scontri tra politica e magistratura

Lo scontro tra politica e magistratura continua da oltre 30 anni nel nostro Paese, ma negli ultimi mesi ha assunto toni più accesi. L’ultimo episodio risale alla settimana scorsa, con la decisione della Corte dei conti di non approvare il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Da Palazzo Chigi si accusa la Corte di aver preso una decisione politica che non fa altro che alimentare l’immobilismo del Paese. La premier Meloni parla apertamente di atto di “invasione” della giurisdizione nelle scelte del Governo. Dall’altro lato, i giudici chiariscono di agire sempre sulla base di valutazioni tecniche, non politiche, e di effettuare controlli di conformità alla legge, soprattutto dal punto di vista contabile. 

Nella stessa settimana è arrivata un’ulteriore critica del governo alla magistratura. Dopo l’approvazione in Senato della riforma della giustizia, l’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha espresso preoccupazioni sul testo della riforma, considerata pericolosa per l’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione. La premier Meloni ha replicato, accusando l’associazione di opporsi sistematicamente a ogni tentativo di cambiamento in materia giudiziaria.

Queste vicende riaccendono il conflitto tra potere politico e organi di controllo, uno scontro a cui abbiamo più volte assistito durante questa legislatura.

Ponte sullo Stretto di Messina

Il progetto è una delle opere più costose della storia italiana, con una spesa stimata intorno ai 13 miliardi di euro. In programma da più di cinquant’anni e bloccato più volte, viene ora ripreso dal governo Meloni. Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, ha ribadito il sostegno all’opera, ormai diventato un tassello centrale nella sua azione di governo. In passato però, lo stesso Salvini aveva sostenuto che in Sicilia ci fossero interventi più urgenti da fare, come collegamenti ferroviari più efficienti.

Ancora oggi il ponte non è considerato da molti una priorità per il Paese e, soprattutto, per l’isola. All’interno della regione, infatti, strade e autostrade sono in condizioni precarie e i trasporti pubblici restano inefficienti e poco moderni.

Come anticipato, la Corte dei conti non ha approvato il progetto ed entro 30 giorni dovrà fornire le motivazioni. Il Governo potrà tuttavia decidere di portarlo avanti, ritenendolo di interesse pubblico superiore e assumendosene la responsabilità. 

Riforma della Giustizia

L’invasione della giurisdizione di cui parla Meloni riguarda anche un altro fronte su cui il governo si sta battendo duramente e sul quale appare deciso a non fare passi indietro: quello della giustizia. Giovedì scorso il Senato ha approvato la riforma della giustizia promossa dall’esecutivo. Poiché non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei seggi, questa riforma sarà probabilmente oggetto di referendum confermativo che, ricordiamo, non richiede un quorum di partecipazione, ma solo che i voti favorevoli superino i contrari.

Source: Governo Italiano

Cosa prevede la riforma

Il principale obiettivo della riforma è la separazione delle carriere tra giudici che conducono le indagini (pubblici ministeri), e giudici che emettono le sentenze. Non sarebbe più possibile un passaggio da una carriera all’altra e verrebbero istituiti due concorsi distinti. I partiti di destra, ma non solo, vedono in questa riforma un modo per evitare sovrapposizioni di ruoli e per garantire che i giudicanti non siano influenzati dall’esperienza precedente di pm. Forte il sostegno di Forza Italia, che realizzerebbe così una delle battaglie del suo fondatore, Silvio Berlusconi.

Coloro che criticano questa iniziativa, tra cui la stessa Associazione nazionale magistrati, sottolineano come, di fatto, una separazione esista già, poiché il passaggio da una funzione all’altra è consentito una sola volta, nei primi dieci anni di carriera, e comporta anche il trasferimento in un’altra regione. Inoltre, solo un numero esiguo di magistrati effettua questo passaggio, circa una ventina all’anno. La riforma avrebbe quindi poco a che fare con la lentezza dei processi e la burocrazia macchinosa, che restano i principali problemi della giustizia italiana.

Ma la critica più dura e discussa riguarda il rischio di un maggior controllo della magistratura da parte del governo.  Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che controlla l’operato dei magistrati, verrebbe diviso in due consigli: uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici. I componenti di questi due organi verrebbero estratti a sorte da liste predisposte dal Parlamento con l’obiettivo, spiegano i sostenitori, di evitare la formazione di correnti politicizzate nella magistratura. Per molti, però, il risultato sarebbe l’opposto: il pubblico ministero perderebbe autonomia e sarebbe maggiormente esposto all’influenza del governo di turno.

Centri migranti in Albania

Meno recente, ma non meno significativo, è lo scontro tra governo e magistratura sul terreno della politica migratoria. Circa un anno fa, arrivavano i primi richiedenti asilo nel centro di accoglienza in Albania, costruito dall’Italia come parte di un accordo bilaterale. Il centro avrebbe dovuto funzionare come Centro di permanenza per il rimpatrio di migranti irregolari.

Il modello ideato dal governo Meloni è stato però ostacolato dai tribunali italiani, che hanno giudicato illegittima la procedura di trattenimento poiché in contrasto col diritto comunitario. Il fulcro del dibattito ruotava attorno alla definizione di “Paese sicuro”, elemento necessario per poter stabilire il rimpatrio. Per il governo si tratta di una scelta politica, per i giudici di una valutazione giuridica e oggettiva.

Alle sentenze dei tribunali sono arrivati gli attacchi da parte degli esponenti del Governo. Salvini ha accusato i giudici di pensare di “essere in un centro sociale”. Giorgia Meloni ha accusato le toghe di essere “all’opposizione” e parla di “invasione di campo di una parte della magistratura politicizzata”.

Altri casi: Almasri, Diciotti e Cospito

Anche il caso Almasri, come ben sappiamo, ha alimentato lo scontro tra Governo e magistratura. Ripercorrendo brevemente i fatti, Osama Almasri, capo della polizia giudiziaria libica, era stato arrestato a Torino lo scorso 19 gennaio su mandato della Corte penale internazionale. Le accuse erano di crimini di guerra, ma il governo italiano lo ha rilasciato dopo 3 giorni e rimpatriato verso Tripoli. Dopo la richiesta di chiarimenti da parte della Corte e delle procure italiane, la premier Meloni ha parlato di “disegni politici” dei magistrati che vogliono fare politica e governare. Proprio ieri le autorità libiche hanno arrestato il generale, riaccendendo le polemiche delle opposizioni sull’operato del governo nella vicenda.

Un clima di tensione simile era scaturito dopo la condanna, da parte della Corte di cassazione, del governo a risarcire i migranti bloccati sulla nave della Guardia Costiera Diciotti nel 2018. La Corte aveva risposto agli attacchi affermando di accettare le critiche, ma non gli insulti, che invece “mettono in discussione la divisione dei poteri su cui si fonda lo Stato di diritto”.

Ulteriori accuse di “sentenza politica” sono seguite alla condanna del sottosegretario alla Giustizia Delmastro a 8 mesi, per aver diffuso atti riservati sul caso Cospito nel gennaio 2023.

Questa contrapposizione tra politica e magistratura richiama quella che caratterizzò a lungo i governi di Silvio Berlusconi. Le innumerevoli indagini e processi al fondatore di Forza Italia, insieme alle cosiddette leggi ad personam, hanno incrinato i rapporti tra il leader e i magistrati, definiti più volte “comunisti”e “toghe rosse”.

Il conflitto riemerge oggi, con lo stesso obiettivo di delegittimazione del potere giudiziario per ottenere consenso politico e, in virtù di questo, esercitare un potere senza vincoli. Lo scontro sembra quindi essere parte di una strategia comunicativa: spostare l’attenzione, trovare un nemico come responsabile da incolpare. Da una parte chi vuole agire, dall’altra chi blocca il Paese. È una narrazione che unisce l’elettorato, convinto che i poteri di controllo siano un nemico che impedisce di realizzare i progetti del governo. Il rischio a cui ci troviamo di fronte è la perdita di fiducia nelle istituzioni che, come sappiamo, è già molto fragile.

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