Cosa sta succedendo ai magistrati italiani?

12 Nov , 2025 - Attualità

Cosa sta succedendo ai magistrati italiani?

Separazione delle carriere dei magistrati”, quante volte l’abbiamo sentito ripetere da giornali, social network e dibattito pubblico nelle ultime settimane?  È un argomento di tendenza, da quando il Senato ha approvato in quarta lettura la legge che potrebbe impattare sulla magistratura . Di cosa si tratta precisamente?

In Italia, ad oggi, tutti i magistrati sono parte di un’unica entità, la magistratura appunto. Possono decidere liberamente se fare il giudice o il pubblico ministero (pm) e possono anche cambiare ruolo, una sola volta nell’arco della propria carriera entro i primi dieci anni dalla loro entrata in servizio. Se la riforma dovesse entrare in vigore, non sarebbe più possibile passare da una carica all’altra: ciascun aspirante magistrato dovrebbe scegliere l’una o l’altra carriera in modo definitivo.

Ma un giudice e un pm non sono la stessa cosa?

No, hanno ruoli e competenze diverse e “intervengono” in momenti diversi di un procedimento giudiziario. Il pm è colui o colei che rappresenta lo Stato, è a capo delle indagini, raccoglie prove e sostiene le accuse in tribunale. Il giudice non indaga ma ascolta le parti in tribunale, per poi valutare l’accaduto e decidere chi ha ragione e chi ha torto.

L’esigenza di avere due figure distinte è nata per superare un’impostazione di natura fascista. Difatti, in passato, il giudice istruttore, dopo aver condotto le indagini, emetteva una prima sentenza sulla base delle prove da lui stesso raccolte. Al fine di tutelare uno svolgimento del processo trasparente ed equo, questa struttura è stata sostituita da quella attuale. Ad oggi, il pm indaga e richiede il rinvio a giudizio (il processo), che viene accordato o meno dal Gup (Giudice per l’udienza preliminare). Nel caso in cui il Gup ritenga fondate le accuse del pm, l’iter processuale ha inizio e si concluderà con una sentenza del magistrato giudicante, ossia il giudice. Al primo grado di giudizio seguono il secondo (appello) e il terzo (Cassazione).

Ma se già svolgono funzioni diverse, perché pm e giudici sono accorpati in un’unica magistratura? L’Articolo 104 della Costituzione sancisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. In sostanza l’idea è proteggere i magistrati dalle pressioni politiche, se sono parte di un unico corpo è più difficile per il Governo controllarli o influenzarli.

E quindi perché si vuole modificare questo assetto che tutela i magistrati?

Chi è favorevole alla riforma sostiene che un giudice senza alcun legame con il pm, e quindi con l’accusa, sarebbe più imparziale e si eviterebbero conflitti d’interesse tra membri della stessa magistratura. Un altro aspetto citato a favore della separazione è che essa eviterebbe la politicizzazione della magistratura causata dalle correnti interne all’organo stesso. Detto in modo più semplice: la magistratura è frammentata in gruppi di magistrati che condividono posizioni simili su come dovrebbe funzionare la giustizia. Questo impianto, che vorrebbe favorire confronto e pluralismo, spesso porta alla “politicizzazione” della magistratura perché le correnti finisco per rispecchiare le affinità politiche, avendo dei veri e propri partiti di riferimento.

I contrari, invece, temono che, se la riforma entrasse in vigore, i pm diverrebbero più vulnerabili e controllabili da parte del Ministero della Giustizia, e quindi del Governo. Questo indebolirebbe l’indipendenza della magistratura voluta dalla Costituzione. Inoltre, viene aspramente criticata la decisione di scegliere i membri dei Consigli Superiori della Magistratura (CSM) per sorteggio. Tale scelta, secondo gli scettici, non aggirerebbe il problema delle correnti.

Difatti, la legge prevede di dividere in due l’organo di controllo della magistratura, il CSM appunto. Verrebbe istituito un consiglio per i pm e uno per i giudici. Al momento i membri dell’unico consiglio esistente sono 33, di cui tre sono membri di diritto, Presidente della Repubblica, Primo presidente e Procuratore generale della Cassazione, e gli altri 30 sono eletti, nello specifico 20 dalla magistratura e 10 dal Parlamento a camere riunite. La legge vorrebbe ridurre a 24 il numero di membri “elettivi” per ciascun organo senza eleggerli, ma sorteggiandoli così: due terzi da tutti i magistrati d’Italia (oltre 2000 pm e 7500 giudici) e un terzo da un elenco definito dal Parlamento in seduta comune.

L'interno di un tribunale con il martelletto del giudice in primo piano
Interno di un’aula di tribunale

Cosa succede ora?

Trattandosi di una riforma costituzionale, in quanto verrebbe modificato l’Articolo 104 della Costituzione, affinché fosse approvata direttamente dal Parlamento sarebbe servita una maggioranza dei 2/3 nella terza e nella quarta votazione delle Camere. Tale requisito non è stato soddisfatto. Di conseguenza, ci viene nuovamente in soccorso la Costituzione: può essere indetto un referendum confermativo privo di quorum (Art. 138). Per indirlo servono le firme di un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. E i partiti politici non hanno perso tempo: settimana scorsa sia la maggioranza sia l’opposizione hanno depositato le firme di loro parlamentari in Cassazione per chiedere il referendum confermativo.

Indipendentemente dal numero di votanti, il referendum approverà o respingerà la riforma, teoricamente nella primavera del 2026. Allora saremo a un anno circa dalle successive elezioni politiche, così il referendum rischia di personalizzarsi e riguardare l’operato del governo Meloni piuttosto che la singola questione.

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