I mercati di previsione, cioè piattaforme dove gli utenti possono scommettere su una vasta gamma di eventi, stanno ottenendo crescente attenzione da parte dei media. Il grande pubblico sta conoscendo queste realtà per alcuni casi controversi, come i sospetti di insider trading e le scommesse su eventi alquanto suggestivi, come la possibile seconda venuta di Cristo entro il 2027. Ma questo interesse sta avendo anche ricadute economiche rilevanti. Secondo un report di Keyrock e Dune, nel biennio 2024-2025 il valore complessivo delle scommesse su queste piattaforme è passato da circa di 240 milioni a 44 miliardi di dollari, una somma proveniente quasi interamente da Polymarket (21,5 miliardi) e Kalshi (17,1 miliardi).
Ma al di là di ciò, queste imprese stanno emergendo anche per i loro contatti sempre più stretti con il mondo dell’informazione. Si sono moltiplicati gli accordi con grandi gruppi editoriali e piattaforme digitali. Per fare qualche esempio, CNN, una delle principali emittenti televisive all-news statunitensi, ha scelto Kalshi come partner ufficiale per i mercati predittivi, mentre Polymarket ha stretto delle partnership con X, The Wall Street Journal e la piattaforma di newsletter Substack, molto utilizzata da giornalisti e analisti indipendenti.
I termini economici di queste intese non vengono mai resi pubblici, ma qualcosa sulle loro linee generali viene comunicato. In particolare, c’è un aspetto cruciale presente in molti casi: i mercati di previsione passano dati e analisi su temi di particolare interesse ai media, che li utilizzano per produrre dei contenuti giornalistici. E proprio questo solleva diverse questioni per il giornalismo contemporaneo oltreché per le persone che si trovano davanti tali contenuti: quanto sono affidabili i dati generati da aziende come Polymarket e Kalshi? In che misura queste relazioni possono influenzare il lavoro giornalistico su cosa e come raccontare un evento? E, soprattutto, nel lungo periodo a chi convengono davvero questi accordi?
COME FUNZIONANO I MERCATI DI PREVISIONE
Prima di rispondere a queste domande, è opportuno capire come funzionano Polymarket e simili. Un mercato di previsione è una piattaforma di scommesse in cui si puntano somme di denaro sulla probabilità di realizzarsi o meno di eventi futuri, che possono essere di qualsiasi tipo: dalle operazioni strategiche degli Stati alle previsioni meteo di una città, passando per l’esito di competizioni sportive, il numero di tweet quotidiani di Musk e – come già citata – la seconda venuta di Gesù Cristo sulla Terra. Su queste piattaforme, gli eventi sono formulati come domande chiare e verificabili (es. “USA e Iran firmeranno un cessate il fuoco entro il 31 dicembre?”, “A Londra il 10 aprile ci saranno più di 20°C?”), a cui corrispondono due opzioni, “Sì” e “No”. Ognuna è rappresentata da una quota – una specie di “azione” – che ha un prezzo tra 0 e 100 centesimi: quel numero indica, in modo intuitivo, la probabilità attribuita dal mercato all’evento. Se a una domanda il “Sì” vale 70 centesimi, significa che gli utenti, nel complesso, lo considerano probabile al 70%.
Chi partecipa compra o vende queste quote in base alle proprie previsioni. Se si ritiene che un evento sia più probabile di quanto il prezzo suggerisca, si compra; se invece sembra sopravvalutato, si vende o si punta sul “No”. E qui emerge una differenza significativa rispetto ai normali siti di scommesse: i prezzi cambiano continuamente perché riflettono le opinioni e le informazioni di chi entra nel mercato. Ogni nuova notizia, e quindi il conseguente flusso di compravendite, può far salire o scendere le quotazioni. Quando l’evento si verifica, il contratto corretto guadagna un dollaro, mentre l’altro vale zero; il guadagno netto dipende così dalla differenza tra il prezzo pagato e l’esito finale.
In questo sistema la previsione non verrebbe da un singolo esperto posto al centro, ma dalla moltitudine di scelte di individui per lo più non specializzati. Questo è il concetto cardine del funzionamento (e della logica) dei mercati predittivi: l’insieme di opinioni sintetizzate in una “media” può produrre stime affidabili per comprendere la verità. Sorgono in modo evidente interrogativi su quanto questa media sia davvero solida e, guardando ai casi concreti, la risposta è “davvero poco”.
LA SAGGEZZA (MANIPOLATA) DELLE FOLLE
Sul punto l’amministratore delegato e fondatore di Polymarket, Shayne Coplan, non sembra avere dubbi, siccome ha affermato durante un’intervista che la sua piattaforma “è la cosa più precisa che abbiamo come umanità in questo momento, finché qualcun altro non creerà una sorta di super sfera di cristallo”.
Secondo Coplan (e non solo), tale precisione deriverebbe dalla partecipazione di grandi quantità di persone: tanti più utenti rispondono con le loro scommesse allo stesso quesito, tanto più precisa sarà la previsione di ciò che accadrà. E questa particolare capacità predittiva viene definita saggezza delle folle (wisdom of crowds), un concetto cardine della logica su cui si sorreggono i mercati di previsione.
La teoria della “saggezza delle folle” richiede che ci siano tanti individui che partecipino, abbiano fonti d’informazioni differenziate e siano decentralizzati, cioè nessun attore centrale possa influenzare in modo rilevante gli altri. Un esempio classico per capire il concetto è chiedere a mille persone di indovinare il numero di fagioli in un vaso: nessuno lo indovinerà con precisione, ma la media di tutte le risposte sarà con grande probabilità vicina al numero esatto. La folla, presa nel suo insieme, sa più di qualsiasi individuo singolo. Ma un mercato di previsione funziona in modo diverso. Agli utenti non viene chiesto di formulare una risposta autonoma: viene chiesto di scegliere tra opzioni già prestabilite, ad esempio se nel barattolo ci siano più o meno di 50 fagioli. È una distinzione solo in apparenza sottile. Nel primo caso la folla produce una stima, mentre nel secondo la folla valuta una stima già formulata da altri. Il tipo di ragionamento richiesto è profondamente diverso, e con esso cambiano anche le distorsioni a cui si è esposti. Ma questo non è l’unico aspetto problematico.
Un altro punto critico riguarda le quotazioni collegate alle risposte. Le probabilità per le due opzioni non sono il risultato di calcoli statistici di rilevazione dell’opinione pubblica, come i sondaggi, bensì delle operazioni pregresse di altri utenti. E questo è un punto cruciale perché a pesare non sono le singole persone, ma i volumi di capitali mossi: un singolo utente con grandi capitali può influenzare le quotazioni di una scommessa in un modo che migliaia di piccoli utenti insieme non potrebbero fare. Il potere (o la saggezza) della folla risulta così fortemente indebolito, se non annullato, perché si produce un quadro distorto della realtà. Davanti a probabilità elevate, molti utenti potrebbero essere portati a scommettere per un’opzione senza che la relativa alta probabilità di successo sia davvero motivata. Una situazione del genere favorisce i grandi operatori finanziari perché, riconoscendo (o costruendo proprio) tale distorsione, decidono di vendere le loro quote a un prezzo maggiorato.
Inoltre, il fatto che le quotazioni siano determinate dalle compravendite degli utenti implica una forte sensibilità dei mercati di previsione alle notizie, vere o false che siano. Infatti, il tweet di un leader politico come un’indiscrezione di un giornale semi-sconosciuto possono incidere in modo rilevante su come gli scommettitori si comportano. E l’incertezza è la fonte di reddito principale per queste piattaforme di scommesse. Polymarket, Kalshi e simili guadagnano dalle commissioni pagate per ogni compravendita di quote, e dunque un elevato numero di compravendite di quote – come quando l’esito di un evento è incerto – implica un guadagno elevato per loro. Dalla prospettiva di queste aziende, la veridicità delle notizie rilanciate su una scommessa non è quindi particolarmente rilevante, almeno in un primo momento, perché la priorità degli scommettitori è quella di tutelare la loro puntata. A riguardo, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta in cui documenta che Polymarket abbia ripetutamente pubblicato notizie false o fuorvianti sui social, alimentando così l’incertezza su alcune scommesse.
Un caso recente può aiutare a capire quanto queste dinamiche siano concrete: il referendum sulla magistratura di qualche settimana fa. Prima del divieto di pubblicazione, i sondaggi erano più o meno concordi sul fatto che un’alta affluenza avrebbe dato maggiori chance per il “Sì”, anche se già qualche istituto di rilevazione, come YouTrend, indicava il “No” in vantaggio in tutti gli scenari. Nella settimana prima del voto, su Polymarket la probabilità di vittoria del “Sì” era data intorno al 35%. Poi, nei giorni del voto, è schizzata sopra il 50% in conseguenza dei dati sull’affluenza, toccando punte del 62-63%. Ma appena sono usciti i primi exit poll, che annunciavano la vittoria del “No”, le quote per il “Sì” sono crollate.

Eppure, con tutti questi limiti, i mercati di previsione stanno diventando partner ufficiali per alcune delle testate più influenti al mondo. Vale la pena chiedersi perché.
GLI ACCORDI: CHI GUADAGNA COSA
Questi accordi sono costruiti su uno scambio di interessi tra mercati predittivi e imprese dell’informazione. Sebbene non si conoscano i dettagli strettamente economici, si può delineare un modello di partnership che, pur con alcune variazioni, presenta tratti ricorrenti. Da un lato, Polymarket e simili mettono a disposizione dati, analisi e indicatori aggiornati in tempo reale sulle aspettative degli utenti rispetto a eventi politici, economici o sociali. Si tratta di informazioni che segnalano non solo “cosa potrebbe accadere”, ma anche quali temi stanno attirando attenzione e capitale all’interno della piattaforma, offrendo così alle redazioni una sorta di termometro dinamico dell’interesse pubblico. Dall’altro lato, i media integrano questi dati nei propri contenuti, li rilanciano attraverso articoli o formati interattivi. In contesti specifici, come le collaborazioni con X o Substack, questa integrazione diventa ancora più stretta: gli utenti possono utilizzare degli strumenti incorporati direttamente nelle piattaforme per produrre dei contenuti o immergersi nei mercati predittivi durante la loro esperienza informativa quotidiana.
Il rapporto è quindi di scambio. I mercati predittivi ottengono visibilità presso un pubblico più ampio e, in particolare, una nicchia di persone potenzialmente inclini a scommettere. Indirettamente, però, queste piattaforme ottengono un beneficio più importante: la legittimità. Essere citati o utilizzati da testate riconosciute contribuisce a presentare questi strumenti non solo come piattaforme di scommessa, ma come fonti informative alternative o complementari. Questa visione è fortemente sostenuta dai due principali mercati di previsione: l’amministratore delegato di Kalshi, Tarek Mansour, ha commentato l’accordo con la CNN come l’inizio della “nuova era dei media” e, sulla stessa linea, Coplan ha salutato la partnership con X con un “Benvenuti nelle News 2.0”.
Proud to announce @Polymarket’s partnership with @X and @xai as their Official Prediction Market Partner. The two top truth seeking apps on the internet are stronger together.
— Shayne Coplan 🦅 (@shayne_coplan) June 6, 2025
Welcome to News 2.0.
Stay tuned https://t.co/P6Xd7yKlmt
Dal canto loro, i media guadagnano accesso a un flusso continuo di dati aggiornati, utili sia per orientare la copertura sia per produrre contenuti più dinamici e competitivi rispetto ai formati tradizionali, come i sondaggi. Inoltre, l’integrazione di queste informazioni tende ad aumentare il coinvolgimento del pubblico, spingendo gli utenti a seguire nel tempo l’evoluzione delle probabilità e a tornare sulle piattaforme editoriali. Grazie a un aumento del traffico sui propri siti, le testate possono avere anche una crescita delle proprie entrate attraverso la pubblicità lì presente.
Proprio questa convergenza di interessi, però, solleva una questione più ampia: quando i dati prodotti da attori privati entrano stabilmente nei processi editoriali e contribuiscono a orientare la selezione e la gerarchia delle notizie, il confine tra osservazione della realtà e costruzione della stessa rischia di diventare meno netto. Ed è su questo terreno che emergono le implicazioni più rilevanti per il giornalismo nel lungo periodo.
LA SCOMMESSA SUL FUTURO DELLE REDAZIONI
I vantaggi di queste collaborazioni sono immediati e possono sostenere le testate in questa crisi ormai cronica del settore. Tuttavia, gli effetti di lungo periodo sono più difficili da misurare e i rischi per queste testate sono dietro l’angolo. Il primo rischio riguarda la credibilità. Integrando in modo sistematico dati e “probabilità” provenienti da piattaforme come Polymarket e Kalshi, i media contribuiscono a legittimare strumenti che presentano i limiti strutturali visti: sono sensibili a dinamiche speculative, possono essere influenzati da grandi capitali e reagiscono rapidamente anche a informazioni non verificate. Il punto non è solo l’accuratezza delle singole previsioni, ma il fatto che queste vengano presentate al pubblico con un’aura di oggettività, simile a quella dei dati statistici ricavati da analisi rigorose. Se le previsioni proposte si rivelano distorte, il rischio è che a perdere credibilità non siano solo le piattaforme, ma anche le testate che le hanno incorporate nei propri contenuti.
Un secondo rischio riguarda l’autonomia editoriale. Se i mercati di previsione diventano una fonte stabile per orientare la copertura, segnalando quali temi “interessano” perché attirano scommesse, le redazioni potrebbero essere progressivamente incentivate a seguire queste dinamiche. Non si tratta necessariamente di una pressione esplicita: è un meccanismo più sottile, in cui la rilevanza giornalistica tende a sovrapporsi alla rilevanza di mercato. In questo scenario, la selezione delle notizie rischia di essere influenzata non solo da criteri editoriali, ma anche dall’andamento delle quote e dall’attenzione degli scommettitori. È un passaggio delicato, perché parte della propria informazione sposta il baricentro dal principio di interesse pubblico a quello di interesse “negoziato” con una piattaforma privata.
Inoltre, c’è un rischio sulla ridefinizione di cosa intendere come “notizia”. I dati forniti alle redazioni possono orientare le redazioni a raccontare eventi rilevanti non per il proprio pubblico, bensì per alcuni scommettitori. Si porterebbe quindi la luce su fatti magari trascurabili a scapito di ciò che, invece, avrebbe davvero un valore di interesse pubblico.
A questo si aggiunge un livello più diretto di interferenza. Alcuni episodi recenti mostrano come gli incentivi economici legati alle scommesse possano tradursi in pressioni concrete sui contenuti giornalistici. Una storia concreta è quanto accaduto al corrispondente di Times of Israel Emanuel Fabian. Alcuni utenti impegnati in una scommessa su Polymarket hanno cercato di influenzare la copertura di una notizia minacciandolo affinché modificasse un articolo su un attacco missilistico iraniano. Si tratta di un episodio forse estremo, ma certamente indicativo di una dinamica più ampia: quando il contenuto giornalistico diventa parte di un ecosistema in cui circola denaro, aumenta l’incentivo a manipolarlo o a orientarlo. In altre parole, la notizia non è più solo informazione, ma anche una variabile che può incidere sull’esito di una scommessa.
Questa, peraltro, non è una lezione nuova. Un precedente utile è quello del rapporto tra scommesse sportive e informazione sportiva, come ha ben documentato il giornalista Danny Funt in Everybody Loses: The Tumultuous Rise of American Sports Gambling: i siti di scommesse sportive non solo incoraggiavano i giornalisti a normalizzare le scommesse, ma anche li scoraggiavano a parlare di loro in termini critici. L’ingresso massiccio degli operatori di scommesse ha quindi sollevato interrogativi su conflitti di interesse, pressione sugli atleti e trasformazione del racconto giornalistico. La differenza, nel caso dei mercati di previsione, è l’estensione del fenomeno: qui non si tratta solo di sport, ma di politica, economia e attualità, cioè dei campi in cui il giornalismo svolge un ruolo più direttamente legato al funzionamento democratico. Queste aziende hanno l’ambizione di entrare in questi campi non solo per essere loro stesse le fonti d’informazione sulla ‘vera’ realtà, grazie alla “saggezza delle folle”, ma vogliono esserne parte attiva. Non aspirano quindi solo registrare l’umore su certi fatti, ma essere loro stesse attori di questi fatti. Come ha scritto lucidamente sulla sua newsletter Valerio Bassan: “Forse siamo giunti a un momento chiave. Quello in cui il “termometro” è diventato così influente da voler influenzare la temperatura.”
Per le testate, quindi, la questione non è tanto se utilizzare o meno gli strumenti dei mercati di previsione, ma se farlo può compromettere il perseguimento dell’interesse pubblico e loro stesse. Perché se nel breve periodo queste aziende offrono dati, traffico e nuovi formati narrativi, nel lungo periodo possono contribuire a ridefinire – in negativo – le regole stesse della produzione giornalistica.

Osservo e scopro il mondo che mi circonda, a volte ci scrivo anche su. Laureato in Relazioni internazionali e attualmente studente in Giornalismo e comunicazione politica (ma niente di serio).