Dal 6 al 22 febbraio, il nostro Paese, a vent’anni dall’ultima volta, è tornato a vivere le emozioni dei Giochi Olimpici Invernali. Le città di Milano, Cortina, Bormio, Livigno, Anterselva, Predazzo e Tesero hanno ospitato le gare che hanno assegnato i 116 titoli olimpici accogliendo circa 3000 atleti da tutto il mondo. L’avventura olimpica, però, non è confinata ai 17 giorni che tutti abbiamo la possibilità di osservare in televisione, molto spesso per organizzare un evento del genere non serve partire settimane o mesi in anticipo, ma anni.
Quella che vi stiamo per raccontare è la storia di due nostri colleghi, Michele Floris e Claudio Maraglino, che hanno avuto la possibilità di lavorare e di essere in prima fila in questo magnifico evento. Prima però è necessario fare un passo indietro. Michele e Claudio sono due nostri amici, il primo frequenta il curriculum di Comunicazione e Impresa all’Università di Bologna, il secondo, invece, è iscritto al corso di Giornalismo e Comunicazione Politica della medesima facoltà. Il viaggio per partecipare ai Giochi è partito nell’ottobre del 2024, quando entrambi hanno partecipato ad un bando dell’Olympic Information Service (OIS) per prendere parte al gruppo di 10 junior reporter che avrebbero preso parte ai Giochi Olimpici. Dopo aver superato la prima selezione nel novembre di quell’anno, entrambi si sono ritrovati alla seconda selezione, il 5 dicembre, presso la sede della Fondazione Milano Cortina a Milano.
In quell’occasione, insieme a circa altri 100 candidati, hanno partecipato al secondo round di selezione. Dopo una mattinata in cui i referenti e gli organizzatori del bando hanno presentato in maniera dettagliata il progetto e tenuto una masterclass di comunicazione giornalistica, i nostri due collaboratori hanno anche avuto l’opportunità di conoscere il campione olimpico Giuliano Razzoli.
La selezione consisteva nel simulare il lavoro di un reporter OIS. Ma cosa fa un reporter OIS ai Giochi Olimpici? Al termine di ogni gara, grazie ad una posizione privilegiata in mixed zone, raccoglie le dichiarazioni degli atleti per poi trascriverle su un portale al quale hanno accesso tutti i giornalisti, che di conseguenza possono utilizzare per i loro articoli.
Per questo i candidati sono stati divisi in gruppi e hanno svolto delle interviste simulate a dei collaboratori come se si trattasse di atleti professionisti. Sulla base di questo lavoro, soltanto 30 studenti sono stati presi per la fase successiva, che si è tenuta a febbraio.
A distanza di qualche settimana entrambi i nostri collaboratori hanno ricevuto la comunicazione di essere stati convocati per l’ultima e decisiva selezione, che si è svolta presso il Forum di Assago in occasione dell’ultima tappa della Coppa del Mondo di Short Track. Durante quell’ultimo appuntamento tutti e due hanno avuto la possibilità di conoscere meglio gli altri colleghi, di fare altri test, di vivere una giornata in sala stampa e di intervistare da vicino atleti di fama olimpica, come Arianna Fontana, Pietro Sighel, William Dandjinou, Xandra Velzeboer e altri.
Al termine di questa avventura, però, le strade di Michele e Claudio si sono parzialmente separate. A marzo, con l’uscita dei risultati, Michele è stato selezionato nei 10 e gli è stato assegnato il biathlon ad Anterselva. A Claudio, invece, era stato riservato inizialmente un ruolo tra le riserve, ma nell’ottobre del 2025, anche per lui si sono aperte le porte per i Giochi Olimpici in qualità di Press Workroom Supervisor.
Nei prossimi paragrafi ci facciamo raccontare proprio da loro le emozioni di vivere in prima persona un evento globale.
Claudio, tra giornalisti e sala stampa: il mio lavoro a Livigno
Claudio Maraglino – Il viaggio per arrivare ai Giochi, come spiegato nell’introduzione, è stato lungo e tortuoso. A differenza di Michele, la certezza della mia partecipazione è arrivata solo nell’ottobre dello scorso anno, quando i selezionatori del progetto mi hanno ricontattato per propormi un nuovo ruolo. Rimasti soddisfatti delle mie prove, hanno deciso di darmi un’altra occasione: non più come reporter, ma in una posizione più manageriale. Mi è stato infatti proposto di diventare Press Workroom Supervisor della sala stampa del Livigno Aerials and Moguls Park (LAM).
Dopo un confronto con Nick e Gigi, colonne portanti del progetto e persone davvero straordinarie che ci sono state vicine in tutte le fasi del percorso, ho deciso di accettare questo nuovo incarico e prepararmi a vivere questa esperienza.
La mia avventura in Valtellina, nella cittadina di Livigno, soprannominata Piccolo Tibet, è iniziata il 18 gennaio. Precisamente alle 17:30 ho messo piede in quel luogo che mi avrebbe accolto per le successive cinque settimane. I primi giorni di un pugliese a Livigno sono stati un po’ come quelli di Checco Zalone al Circolo Polare Artico in Quo Vado: tanto freddo, tanta neve e, inevitabilmente, anche un bel raffreddore.
A parte i piccoli malanni, durante la prima settimana ho avuto modo di conoscere il mio team: Wolfgang, Venue Media Manager, Giorgio, Photo Manager, e Nicolò, Photo Supervisor. Con loro ho iniziato a capire meglio quali sarebbero state le mie responsabilità.
Per comprendere davvero il lavoro svolto è utile spiegare la struttura organizzativa che sta alla base dei Giochi. In un grande evento sportivo esistono diverse aree funzionali che collaborano e lavorano in sinergia affinché tutto si svolga nel migliore dei modi. Tra queste troviamo workforce, tecnologia, sicurezza, pulizia, look, stampa, organizzazione delle piste e molte altre. Tutti questi elementi rappresentano piccoli tasselli che, insieme, compongono un unico grande mosaico.
Io facevo parte del team delle press operations e il mio compito era organizzare e supervisionare le aree di lavoro dedicate a giornalisti, fotografi e broadcaster accreditati. In concreto mi occupavo dell’organizzazione della sala stampa, fornivo indicazioni e supporto ai giornalisti, organizzavo le conferenze stampa al termine di ogni evento da medaglia e gestivo i volontari. In poche parole, ogni giorno cercavo di far lavorare nelle migliori condizioni possibili tutti coloro che entravano nel nostro media center.
I momenti più importanti per chi lavora nell’organizzazione di un evento di portata globale sono quelli che precedono la cerimonia di apertura. È in quel momento che tutto prende davvero vita: quando i riflettori si accendono e le porte si aprono, ci si rende conto se la macchina organizzativa funziona davvero. Fortunatamente, nella mia venue tutto si è svolto nel migliore dei modi.
A pochi giorni dall’inizio dei Giochi si sono uniti al nostro team anche Thomas, Mixed Zone Supervisor, e Benedetta, Venue Languages Service Manager. Con loro abbiamo consolidato una squadra che ha lavorato con grande passione e spirito di collaborazione. Tutti ci siamo aiutati a vicenda per raggiungere risultati di alto livello.
Questo periodo è letteralmente volato. È stata un’esperienza incredibile, che mi ha permesso di conoscere persone straordinarie e di imparare moltissimo. Alla mia prima Olimpiade ho avuto l’opportunità di confrontarmi con giornalisti provenienti da ogni parte del mondo: Francia, Svizzera, Ucraina, Cina, Giappone, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti e Australia. Ho potuto parlare con loro e osservare da vicino le diverse fasi del lavoro giornalistico.
È stata un’esperienza che mi ha fatto crescere sia dal punto di vista umano sia da quello professionale. Ci siamo impegnati affinché tutti potessero conservare un bel ricordo di questi Giochi e sentirsi accolti come a casa propria.
I complimenti ricevuti al termine di questa avventura sono qualcosa che porterò sempre con me nel prosieguo della mia carriera professionale e accademica.
Michele, suspense, curiosità e preparazione: il biathlon in alta quota dagli occhi di un reporter olimpico
Michele Floris – “La suspense è terribile, spero non finisca mai”. È una frase di Oscar Wild che ho sentito in uno dei miei giorni di lavoro durante le Olimpiadi, e ho pensato che fosse rappresentativa delle mie emozioni durante i Giochi. Infatti, sin dalla prima selezione ho vissuto su un sottile nervo di suspense. Dai test, all’attesa dei risultati, fino ad ogni singolo giorno di lavoro alle Olimpiadi, la suspense è stata protagonista delle mie giornate.
L’obiettivo di un OIS reporter è riportare in maniera fedele e neutra le dichiarazioni degli atleti nel post-gara. Per far sì che tutte le testate accreditate avessero le notizie riguardo alle competizioni di biathlon in maniera rapida e affidabile, con il mio team internazionale composto da altri due reporter, abbiamo intervistato tutti i medaglisti e tutti gli atleti rilevanti. L’obiettivo era quello di fornire informazioni che potessero far nascere o arricchire le storie dei giornalisti accreditati. Per questo quando un atleta si avvicinava alla nostra postazione (spesso sotto il sole splendido delle Dolomiti, ma a volte anche sotto la neve), nel scegliere le domande da fargli cercavo di pensare cosa potesse interessare alle testate internazionali.
È un lavoro che mi ha richiesto molta preparazione, ma che ha ripagato ogni mio sforzo. Ho conosciuto una vasta quantità di colleghi di altri reparti o altre testate internazionali con cui ho condiviso ogni giornata. In più ho scoperto che, volendo, sono capace di applicarmi a qualsiasi sport. Basta mettere in pratica il metodo e il rigore che in parte ho affinato anche in questi anni di studi. Il biathlon non è di certo il mio sport principale (chi legge i miei articoli sa bene qual è), ma sono riuscito ad entrare nelle dinamiche, e a conoscere gli atleti da vicino come se fossi un fan di lunga data.
La curiosità è il cuore del discorso. Senza curiosità non avrei mai scoperto il background degli atleti, e sempre senza curiosità non avrei tirato fuori le risposte migliori dai protagonisti in zona mista. Sono stati 24 giorni di pura emozione, ma anche altamente formativi e professionalizzanti. Un tuffo nella realtà giornalistica, dove la suspense del prossimo risultato e della prossima intervista è inesauribile. Ed io questa suspense, un po’ come Oscar Wild, “spero non finisca mai”.
A cura di Michele Floris e Claudio Maraglino