Ci siamo tutti accorti che, negli ultimi anni, quasi tutte le grandi storie d’amore avevano qualcosa che non funzionava? Lui emotivamente indisponibile. Lei cercava di salvarlo. C’erano manipolazione, dipendenza, gelosia, trauma. Più una relazione era complicata, più sembrava meritare di essere raccontata. Era diventato quasi impossibile trovare una storia romantica che non passasse attraverso il dolore. Un immaginario alimentato anche dai social media, che hanno contribuito a normalizzare l’idea secondo cui l’intensità coincidesse con la sofferenza. Un partner malessere, una relazione altalenante, e il continuo rincorrersi sono diventati elementi da romanticizzare, fino a far sembrare quasi banale un amore sereno e rispettoso, quando in realtà è tutto il contrario.
Poi è arrivata Off Campus.
La serie di Prime Video, adattamento dei romanzi bestseller di Elle Kennedy, ha raccolto oltre 36 milioni di visualizzazioni nei primi dodici giorni, diventando uno dei debutti più importanti nella storia della piattaforma. Un successo che, almeno in apparenza, sembra facile da spiegare: TikTok, il fenomeno BookTok, il romance universitario, il fake dating. Ma fermarsi qui significherebbe perdere il vero motivo per cui milioni di persone – soprattutto donne – stanno guardando questa storia. Off Campus racconta qualcosa di nuovo, che, negli ultimi anni, sembrava quasi sparito: la possibilità che una relazione sana possa essere anche interessante.
Dal male gaze al female gaze
Per capire il fenomeno bisogna fare un passo indietro. Per decenni il cinema e la televisione hanno raccontato l’amore attraverso quello che la teoria femminista definisce male gaze: uno sguardo prevalentemente maschile che non influenzava soltanto il modo in cui venivano rappresentati i corpi femminili, ma anche il tipo di desiderio considerato attraente. L’uomo misterioso, distante, incapace di comunicare. Il bad boy da cambiare. Il genio tormentato. Il partner geloso perché “ama troppo”. Figure che hanno costruito un immaginario nel quale soffrire era quasi una prova dell’intensità dei sentimenti.
Negli ultimi anni, con una maggiore attenzione ai temi del consenso, della violenza psicologica e delle relazioni tossiche, questa narrazione è stata GIUSTAMENTE messa in discussione. Era una decostruzione necessaria (e che aspettavamo tutti da tempo…).
Ma, mentre imparavamo a riconoscere le red flag, ci siamo accorti che sullo schermo stavano scomparendo anche le green flag.
Garrett Graham non è il solito protagonista
Qui che entra in scena Garrett Graham. Sulla carta sembra l’ennesimo stereotipo: capitano della squadra di hockey, bello, popolare, ricco, il classico ragazzo che nei teen drama degli anni Duemila sarebbe stato il bullo di turno.
Invece succede qualcosa di diverso, quasi un essere oramai misterioso. Garrett è un grado di fare qualcosa che da tempo non succede più: ascolta. Chiede scusa quando sbaglia. Si mette in discussione. Impara a comunicare. Rispetta i tempi di Hannah (la protagonista). Non forza mai la situazione. La sostiene nelle sue insicurezze senza volerle risolvere al posto suo.
Non è perfetto. È semplicemente emotivamente disponibile. Per anni il protagonista romantico è stato costruito attorno all’idea che la mascolinità coincidesse con il controllo delle emozioni. Garrett, invece, piange, è vulnerabile, mostra paura, parla del rapporto complicato con il padre, costruisce le proprie relazioni sull’ascolto e non sul dominio.
Elle Kennedy ha scritto i romanzi pensando esplicitamente a un pubblico femminile. E questa differenza si percepisce nella costruzione dei personaggi maschili: non sono uomini idealizzati secondo ciò che il patriarcato considera desiderabile, ma uomini immaginati attraverso ciò che molte donne cercano oggi in una relazione. Uomini scritti da donne. È il cosiddetto female gaze: non semplicemente l’inversione dello sguardo maschile, ma un modo diverso di raccontare il desiderio, fondato sulla reciprocità, sulla cura e sull’intimità emotiva.

Anche Hannah rompe un immaginario
La rivoluzione riguarda però anche la protagonista. Hannah Wells non è la ragazza “impossibile”. Non è una femme fatale, non è una influencer, non è costruita per essere irraggiungibile.
È una studentessa appassionata di musica, timida, ironica, intelligente, con insicurezze che non vengono trasformate in un difetto da correggere. Ha un fisico normale, uno stile semplice, non vive costantemente truccata o vestita come se fosse in una campagna pubblicitaria.
Per anni il corpo femminile è stato il principale strumento attraverso cui costruire l’attrazione sullo schermo. Hannah, invece, conquista spazio attraverso il carattere, i dialoghi, le fragilità e la crescita personale. Non deve diventare un’altra persona perché qualcuno la ami.

Il ritorno della normalità
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una continua spettacolarizzazione di tutto: dei corpi, delle relazioni, perfino della sofferenza. I social ci mostrano vite perfette (basti pensare alle trade wife). Le serie raccontano relazioni estreme. Le piattaforme premiano ciò che genera conflitto.
Off Campus, invece, va controcorrente. Rende di nuovo desiderabile la normalità.
Le amicizie sincere. I dialoghi. I gesti di cura. Due persone che imparano a conoscersi senza distruggersi a vicenda. Un ragazzo che protegge senza controllare. Una ragazza che mantiene la propria autonomia senza dover dimostrare continuamente di essere “forte”.

Non è nostalgia. È un nuovo immaginario
Sarebbe facile liquidare Off Campus come l’ennesimo prodotto nato grazie a BookTok. In realtà il suo successo racconta qualcosa di più interessante.
Le giovani spettatrici – e, sorprendentemente, anche molte millennial – sembrano non cercare più l’uomo da salvare, ma l’uomo con cui sentirsi al sicuro. Non il fascino dell’instabilità, ma quello dell’affidabilità. Non il romanticismo costruito sulla sofferenza, ma quello fondato sulla presenza.
È un cambiamento culturale prima ancora che televisivo. Dopo anni trascorsi a smontare i miti dell’amore tossico, forse stiamo iniziando a costruirne di nuovi. E se Garrett Graham oggi viene percepito come il nuovo “ragazzo ideale”, non è perché sia irrealistico. È perché rappresenta qualcosa che, per troppo tempo, sullo schermo è sembrato quasi rivoluzionario: un uomo gentile, rispettoso ed emotivamente maturo.
Forse il vero fenomeno di Off Campus non è aver riportato di moda il romance universitario. È aver rimesso al centro un’idea d’amore che sembrava quasi rivoluzionaria nella sua semplicità: un amore fatto di rispetto, cura e presenza. E la speranza che, prima o poi, quella normalità, di cui tutti sono in cerca, possa esistere anche fuori dallo schermo.
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Dopo la laurea in interpretariato e traduzione, oggi frequento la magistrale in Giornalismo e comunicazione politica all’Università di Bologna. Le due esperienze Erasmus a Parigi hanno rafforzato la mia curiosità verso il mondo e il desiderio di raccontarlo nel modo in cui più preferisco. Mi piace scrivere, leggere, imparare cose nuove e osservare ciò che mi circonda; collaboro con il giornale locale della mia città, e il mio obiettivo è quello di divulgare un’informazione chiara, accurata e capace di mettere sempre al centro le persone.