Oggi, 26 luglio 2026,in diverse città d’Italia si celebra la «Pastasciutta Antifascista», una tradizione popolare istituita oltre ottant’anni fa dalla famiglia Cervi per brindare alla caduta del regime fascista.
Un’euforia che, con il senno del poi, durò ben poco, lasciando spazio a una stagione di guerra civile sanguinosa che fece oltre 50mila morti.
La festa nasce da un gesto semplice e spontaneo: la condivisione di un piatto di pasta, diventato con il tempo uno dei simboli più riconoscibili della Resistenza italiana.
Le origini della tradizione
Il 25 luglio 1943 — dopo aver saputo della destituzione e dell’arresto di Mussolini — la famiglia Cervi, impegnata da tempo nella lotta antifascista, decise di festeggiare la buona novella offrendo chili di pastasciutta alla comunità di Campegine, in provincia di Reggio Emilia.
Un gesto di convivialità che si trasformò in una forte dichiarazione politica a sostegno di valori comuni di pace, libertà, democrazia e antifascismo. Insieme al papavero rosso, diventò poi uno dei simboli principali della Resistenza.
Source: Alcide Cervi, Wikimedia Commons | CC BY-SA 4.0 InternationalNoti per la loro attività a fianco degli oppositori del regime, i Cervi erano contadini da generazioni e, dall’8 settembre 1943, anche coraggiosi partigiani che persero la vita per la libertà del proprio Paese.
Nella loro cascina di Gattatico, in provincia di Reggio Emilia, trovarono rifugio antifascisti, partigiani feriti e prigionieri di guerra, anche stranieri, sfuggiti alle rappresaglie naziste. Il 25 novembre dello stesso anno i sette fratelli Cervi furono catturati insieme al loro amico e collaboratore Quarto Camurri e portati nel carcere politico dei Servi, a Reggio Emilia.
Un mese dopo, il 28 dicembre, furono fucilati dai repubblichini al poligono di tiro della città.
Il significato simbolico del piatto
In un primo momento, i Cervi non pensarono a lanciare un messaggio simbolico e politico: semplicemente, di ritorno dalla campagna, si procurarono farina, burro e formaggio e prepararono il piatto più semplice del mondo, la pasta.
Con il tempo, però, la pastasciutta acquisì un forte valore simbolico: era un cibo poco amato dallo stesso regime fascista perché considerato poco “patriottico” — perfetto quindi come emblema antifascista.
Nel 2026 un’affermazione del genere può suonare quasi paradossale: la reputazione dell’Italia nel mondo, oggi identificata proprio con la pasta nelle sue infinite varianti, era molto diversa un secolo fa.
La pasta, intesa come piatto tipico e identitario, si affermò soprattutto grazie all’incontro delle comunità di immigrati italiani in America: nel quartiere newyorkese di Little Italy, condividerla divenne un collante identitario per la comunità all’estero, e nel tempo, anche in Italia, la pasta finì per essere percepita come una sorta di personificazione del sogno americano — tutt’altro che un piatto “di regime”.
Un’altra ragione dietro l’etichetta di cibo “poco italiano” si trova nella politica autarchica del regime, di cui la cosiddetta “Battaglia del grano” fu un esempio lampante: introdurre la pasta nelle abitudini alimentari del popolo comportava un rischio soprattutto economico, dato che l’Italia produceva una quantità insufficiente di grano e avrebbe dovuto importarlo — un’ipotesi fuori discussione per Mussolini.
Oggi il significato della parola “antifascista”
Ottant’anni dopo quel piatto di pasta offerto ai contadini di Campegine, la parola “antifascista” che lo ha reso un simbolo sembra aver smarrito la sua compattezza di significato. Due episodi recenti, avvenuti a poche settimane di distanza l’uno dall’altro, lo dimostrano con chiarezza.
Il caso di Ascoli Piceno: la polemica sulla locandina
Ne è testimonianza quanto accaduto a metà luglio 2026 ad Ascoli Piceno, dove la stessa “Pastasciutta Antifascista” — organizzata dal comitato provinciale dell’Anpi insieme al Collettivo Caciara e al panificio L’Assalto ai Forni — ha rischiato di saltare.
La parrocchia del Cuore Immacolato di Maria, che aveva concesso i propri spazi per l’iniziativa, ha fatto dietrofront a pochi giorni dall’evento: secondo gli organizzatori, a pesare sarebbe stata la parola “antifascista” sulla locandina, giudicata da una parte dei parrocchiani “inopportuna” e potenzialmente divisiva.
Sul caso è intervenuto anche il vescovo di Ascoli, monsignor Gianpiero Palmieri, che ha parlato di un equivoco organizzativo: la richiesta iniziale sarebbe stata presentata come una generica cena di beneficenza, e il parroco — un frate minore originario del Kenya, giunto da appena un anno — non conoscendo a fondo la storia politica italiana avrebbe temuto, vedendo la locandina, un’iniziativa di parte.
Una ricostruzione che gli organizzatori respingono: “Non è vero che la richiesta alla Chiesa dei Frati era stata presentata come una cena di beneficenza: è stata fin da subito presentata come Pastasciutta Antifascista e come iniziativa politica”, dichiara il Collettivo Caciara.
L’evento, alla fine, si terrà regolarmente ma in un’altra sede: la parrocchia di San Marcello.
Non solo Ascoli: il “patentino antifascista”
Quello di Ascoli non è un caso isolato. Poche settimane prima, la stessa parola aveva acceso una polemica nazionale attorno al cosiddetto “patentino antifascista”, la dichiarazione richiesta agli editori partecipanti alla fiera romana Più Libri Più Liberi, ai quali veniva chiesto di sottoscrivere l’adesione ai “valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana”.
Anche in quel caso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva parlato di censura, mentre gli organizzatori si erano difesi sostenendo che si trattasse solo di un’esigenza di chiarezza.
Il filo che unisce una parrocchia marchigiana e una fiera del libro romana è sempre lo stesso: una parola che la Costituzione pone alla base dell’intero ordinamento repubblicano viene oggi percepita, da parte crescente dell’opinione pubblica, non più come una premessa condivisa ma come una bandiera di fazione.
Da presupposto storico della Repubblica a presunto discrimine identitario: è forse questa la vera distanza che separa la pastasciutta offerta senza troppi calcoli dai Cervi nel 1943 dalla pastasciutta diventata, ottant’anni dopo ad Ascoli, suo malgrado, un caso nazionale.

Sono laureata in Lingue e letterature straniere all’Università di Bologna. Sono una romagnola doc che ama la sua terra d’origine con la sua musica popolare e la sua invidiabile tradizione culinaria. Ah si, dimenticavo: mi piace scrivere di qualunque cosa mi incuriosisca, soprattutto se si tratta di arte, cultura e storia.
image sources
- La_famiglia_Cervi: Alcide Cervi, Wikimedia Commons | CC BY-SA 4.0 International
- The_Only_Original_Alfredo_Sauce_with_Butter_and_Parmesano-Reggiano_Cheese: Meliciousm, Wikimedia Commons | CC BY-SA 4.0 International