La sfida dei data center tra ambiente e sovranità

31 Ago , 2026 - Attualità

La sfida dei data center tra ambiente e sovranità

Negli ultimi mesi in Italia si è parlato, nel bene e nel male, di data center. Si tratta di strutture considerate il cuore dello sviluppo tecnologico contemporaneo, ma anche un terreno di scontro per alcune comunità locali e un tassello cruciale per la sovranità tecnologica di alcuni stati, Italia compresa.

Lo scorso 4 agosto il Consiglio dei ministri ha riconosciuto di interesse strategico nazionale altri due programmi di investimento in data center, portando a sette il totale di quelli valutati come tali. Il governo considera queste infrastrutture fondamentali per la transizione tecnologica e la sovranità digitale del nostro Paese, e punta a «fare dell’Italia uno dei principali hub dell’economia digitale», come ha dichiarato lo stesso ministro del Made in Italy Adolfo Urso.

Allo stesso tempo, però, la crescita dei data center sta sollevando preoccupazioni per il consumo di energia, acqua e suolo. In Lombardia, dove si concentra una quota elevata delle strutture presenti in Italia, sono nate anche proteste contro alcuni nuovi progetti, come accaduto recentemente a Lacchiarella, a sud di Milano. Il quadro normativo, intanto, è ancora in evoluzione.

Prima di capire perché queste infrastrutture tecnologiche sono così importanti e anche così discusse, è necessario partire chiarendo cos’è esattamente un data center e quanti ce ne sono in Italia.

Cos’è un data center

Un data center, o centro di elaborazione dati, è una struttura che ospita potenti server e apparecchiature informatiche, insieme a sistemi di archiviazione dati e dispositivi di alimentazione e raffreddamento. Al loro interno vengono elaborati, archiviati e gestiti i dati necessari al funzionamento dei servizi tecnologici che si utilizzano quotidianamente, dai siti internet più semplici ai chatbot di intelligenza artificiale, come ChatGPT, passando per le piattaforme video on-demand e le app di messaggistica.

I data center differiscono tra loro in modo significativo per diverse caratteristiche. Ma siccome non esiste una categorizzazione ufficiale, vi sono diverse categorie informali basate sulla dimensione e la potenza. Per esempio, nella classificazione adottata dal Ministero delle Imprese, i data center con una potenza massima fino a 5 megawatt sono definiti edge, mentre se la potenza è superiore ai 100 megawatt si parla solitamente di hyperscale. Per fare un confronto, una casa solitamente ha una potenza di 3 chilowatt, cioè 0,003 megawatt.

Andando nel dettaglio, gli edge sono infrastrutture di piccole dimensioni, collocate il più vicino possibile agli utenti finali o alle fonti dei dati, così da ridurre i tempi di trasmissione. Gli hyperscale sono progettati, invece, per gestire enormi quantità di dati e potenza di calcolo e rappresentano le infrastrutture su cui si basano i principali fornitori di servizi cloud e le grandi aziende tecnologiche, come Amazon e Google. Per questo spesso le aziende che gestiscono questi grandi data center vengono comunemente chiamate hyperscaler. Guardando invece al modello di gestione, si possono distinguere quelli enterprise, di proprietà e gestiti da singole aziende (solitamente molto grandi), da quelli colocation, messi in affitto da un fornitore a più clienti.

I data center in Italia

Nonostante la loro importanza, però, non è facile capire quanti data center ci siano in Italia. Secondo uno studio condotto dal Politecnico di Milano, l’assenza di dati ufficiali pubblici e le differenti metodologie di stima utilizzate dalle fonti non consentono di individuare il numero preciso. A inizio 2026 l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano indicava 202 strutture, mentre la piattaforma globale Data Center Map 209, includendo però anche impianti pianificati o in costruzione. Oggi questa piattaforma riporta oltre 260 data center, di cui quasi la metà in Lombardia.

Inoltre, i data center non sono tutti di aziende private. Dai dati di Data Center Map, si può stimare che in Italia ci sono almeno 19 data center operativi gestiti da soggetti pubblici o realizzati nell’ambito di progetti con partecipazione pubblica. A questi se ne aggiungono almeno altri due non ancora operativi: uno a Palmanova (Udine) e l’altro a Pomezia (Roma).

La sovranità digitale

Il settore dei data center, in forte crescita per numero di progetti e investimenti annunciati, è considerato cruciale dal governo Meloni per garantire la sovranità tecnologica. L’idea è stata espressa chiaramente in un’intervista da Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione: «I data center sono una parte essenziale della sovranità digitale e della sicurezza nazionale». Questa affermazione potrebbe sembrare una frase tipica della narrazione sovranista dell’attuale governo (e forse lo è anche), ma la sovranità tecnologica è un tema che un numero crescente di stati sta affrontando come conseguenza della crescente instabilità del contesto internazionale, in particolare per le difficili relazioni con gli Stati Uniti di Trump.

Non esiste un’unica definizione condivisa di “sovranità digitale”, ma una delle più chiare, recenti e ampie è quella formulata congiuntamente da Francia e Germania: «La capacità di sviluppare, fornire, usare, adattare e controllare le tecnologie digitali in un modo indipendente, auto-determinato e sicuro». La sovranità digitale è la risposta alle crescenti dipendenze tecnologiche di molti stati verso aziende e i relativi stati.

Il digitale è ormai un elemento intrinseco a diversi settori della società e dell’economia di ogni paese, ma buona parte degli stati dipende da aziende straniere, in particolare statunitensi, per le infrastrutture tecnologiche necessarie all’erogazione dei propri servizi, come i semiconduttori per i dispositivi tecnologici e, appunto, i data center per la raccolta e l’elaborazione dei dati. Questa condizione pone gli stati in una posizione di debolezza, in quanto le aziende e gli stati che erogano tali servizi ormai essenziali possono sfruttare la dipendenza dalle loro infrastrutture come leva di pressione politica o commerciale. Tale condizione rischia di contrarre notevolmente la libertà di uno stato di adottare le decisioni che ritiene più opportune, proprio per il timore di subire ritorsioni.

Queste preoccupazioni sono tutt’altro che mere speculazioni. Un caso eclatante è stato quanto accaduto tra Microsoft e la Corte penale internazionale (CPI). Per anni l’azienda fondata da Bill Gates ha fornito servizi digitali, tra cui la posta elettronica, alla Corte. Tuttavia, nel febbraio 2025, l’amministrazione Trump ha emesso delle sanzioni contro alcuni funzionari della CPI, tra cui il procuratore capo Karim Khan, in risposta ai mandati d’arresto emessi dalla Corte contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant. Qualche mese dopo Microsoft è stata così costretta a disattivare alcuni suoi servizi, tra cui l’indirizzo email di Khan, generando giorni di caos all’interno dell’organizzazione. Alla fine, l’amministrazione della CPI ha adottato per le sue attività digitali un pacchetto di servizi open-source.

Per uscire da queste dipendenze tecnologiche, negli ultimi anni diversi paesi e istituzioni internazionali hanno cominciato a sviluppare politiche per rafforzare la propria sovranità digitale. È attraverso questa lente che si può interpretare, ad esempio, il progetto dell’euro digitale allo studio della Banca centrale europea, che punta tra le altre cose a offrire un’alternativa ai circuiti di pagamento controllati da aziende statunitensi come Visa e Mastercard. In Italia, sul fronte dei cloud, il governo sta portando avanti la costruzione del Polo strategico nazionale, un’infrastruttura controllata da soggetti nazionali per ospitare i dati e i servizi critici della pubblica amministrazione, così da ridurre la dipendenza dai grandi fornitori stranieri.

In questo contesto di ricerca della sovranità digitale si inserisce l’attenzione del governo italiano per i data center, considerati un tassello fondamentale per garantire i servizi digitali e per sostenere la crescita economica.

La strategia del governo

L’attuale esecutivo ha già dichiarato complessivamente sette programmi di investimento in data center come strategici e a novembre 2025 ha pubblicato un documento per illustrare la propria strategia di sviluppo del settore, intitolato “Una strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”.

Dopo una panoramica del settore in Italia, il documento propone una serie di misure per accelerare lo sviluppo dei data center, come la mappatura delle aree più idonee, interventi sul fronte dell’energia e dell’uso efficiente dell’acqua e la formazione di nuove competenze tecniche. La finalità dichiarata è duplice: rendere l’Italia più competitiva nell’attrarre capitali esteri nel settore e correggere lo squilibrio territoriale spingendo nuovi investimenti verso il Centro-Sud.

Tra le misure indicate in questa strategia, una è poi stata implementata dal governo. Con il cosiddetto decreto “Bollette” dello scorso febbraio, è stata introdotta una procedura unica per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di costruzione, ampliamento ed esercizio di data center. È stata una misura accolta con favore dagli operatori del settore in quanto ha semplificato la procedura precedente.

Una possibile legge

Anche il Parlamento si sta muovendo sul tema. In Italia non esiste ancora una legge organica sui data center, ma il Parlamento sta lavorando a un disegno di legge delega, cioè un provvedimento che, una volta approvato definitivamente, consentirebbe al governo di adottare uno o più decreti legislativi su una materia specifica secondo princìpi e criteri precisi entro una certa scadenza.

Il testo della legge delega, a prima firma della deputata di Azione Giulia Pastorella, è nato dall’unione di cinque proposte presentate da partiti sia di maggioranza sia di opposizione. Come detto, lo scorso febbraio il testo è stato approvato con il consenso di tutti i partiti, tranne Alleanza Verdi-Sinistra che si è astenuta, e ora è in esame al Senato.

Il disegno di legge ha l’obiettivo di definire una disciplina generale per la realizzazione e lo sviluppo dei data center in Italia. Nelle intenzioni dei proponenti, dovrebbe favorire investimenti nel settore e «la crescita del sistema produttivo digitale e lo sviluppo tecnologico del Paese».

Tra le misure elencate, il testo delega il governo a riconoscere entro sei mesi dall’approvazione definitiva i nuovi data center come opere di «pubblica utilità indifferibili e urgenti», elaborare una procedura uniforme e semplificata per la realizzazione delle infrastrutture. Prevede inoltre il potenziamento della rete elettrica nazionale e la promozione di sistemi di autoproduzione e di accumulo.

Il disegno di legge indica anche i criteri volti a mitigare l’impatto ambientale: tra questi ci sono gli incentivi alla costruzione in aree industriali dismesse anziché su terreni ancora inutilizzati e la promozione a costruire infrastrutture per il recupero e il riutilizzo del calore di scarto. La delega riguarda anche aspetti urbanistici e fiscali e prevede, tra le altre cose, l’ampliamento delle competenze di controllo dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM).

I consumi dei data center

Durante l’esame della legge delega alla Camera, sono emerse alcune critiche e richieste di modifica, in particolare per quanto riguarda la questione dei consumi di risorse. I deputati Antonino Iaria (Movimento 5 Stelle), pur sostenendo il provvedimento, e Francesca Ghirra (Alleanza Verdi-Sinistra) hanno parlato della necessità di introdurre misure per garantire la sostenibilità energetica e ambientale di queste strutture. La diffusione dei data center solleva infatti diverse questioni, legate soprattutto al loro impatto ambientale.

Uno degli aspetti più controversi è il consumo di suolo. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel 2024 i data center attivi occupavano un’area totale di circa 33,3 ettari, ossia oltre 333 mila metri quadri. La superficie interessata dalla realizzazione di un nuovo complesso può però essere più ampia di quella occupata dal solo edificio, perché comprende anche impianti e infrastrutture di servizio. Come riporta il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), solo nel 2024 gli interventi più significativi hanno comportato l’occupazione di circa 37 ettari di suolo.

L’attenzione al consumo di suolo è un criterio previsto nella legge delega in discussione al Senato. D’altro canto alcuni data center sono costruiti senza consumare nuovo suolo o comunque con un impatto minimo, perché sviluppati in zone già edificate. Un caso interessante è il data center recentemente inaugurato a Predaia, in provincia di Trento, perché è stato costruito dentro una miniera, a 100 metri di profondità. Inoltre, la particolare posizione di questo data center garantisce ai server un clima naturalmente fresco, così da ridurre in modo significativo l’utilizzo dei sistemi di raffreddamento, una delle voci principali del consumo energetico per il funzionamento dell’impianto.

Un’altra questione riguarda infatti l’elevata domanda di energia elettrica. I server funzionano senza interruzioni 24 ore su 24 e anche i sistemi necessari a mantenerli operativi, come quelli di raffreddamento, consumano energia. Secondo una stima del think tank TEHA Group, il consumo di energia elettrica legato ai data center ammontava nel 2024 a circa 5,8 terawattora, l’1,9 per cento del consumo complessivo nazionale. Lo stesso studio stima che nel 2035 possa arrivare intorno al 7,4 per cento e, in uno scenario di pieno raggiungimento del potenziale, a quasi il 13 per cento.

La crescita delle richieste di energia emerge anche dai dati sulle connessioni alla rete. Come ha spiegato il data analyst Lorenzo Ruffino nella sua newsletter, al 30 giugno Terna, il gestore della rete di trasmissione elettrica nazionale, ha ricevuto dai data center una richiesta complessiva di connessioni pari a 96 gigawatt, circa il 70 per cento di tutta la potenza di generazione dell’Italia. Questo valore appare effettivamente distante dalla realtà, e il motivo è che Terna è obbligata ad accettare ogni richiesta sopra i 10 megawatt. La stessa Terna prevede che entro il 2030 si accenderanno “solo” tra 1,5 e 3 gigawatt. Consapevole della crescente domanda di energia elettrica da parte dei data center, l’azienda ha previsto nel proprio piano di sviluppo interventi per garantire energia stabile e sostenibile per queste infrastrutture e, allo stesso tempo, assicurare la continuità del servizio per case e imprese.

Un’altra questione riguarda poi il consumo di acqua per il raffreddamento. Stimare con precisione quanta acqua consumino i data center non è semplice, perché il dato dipende da diverse variabili, come le condizioni climatiche del sito e il tipo di tecnologia di raffreddamento utilizzata. Infatti, nel dibattito pubblico si fa spesso confusione tra l’acqua consumata e l’acqua prelevata da un data center: una parte dell’acqua prelevata da un data center viene rimessa nel suo naturale ciclo, quindi in fiumi o falde acquifere, dopo aver raffreddato i server e le tecnologie di raffreddamento più moderne consentono di ridurre la quota consumata. In ogni caso, la presenza di un data center può pesare in una zona già scarsa di bacini d’acqua, per questo le valutazioni di nuove costruzioni devono tenere conto di questo possibile impatto.

Le opposizioni dai territori

Le preoccupazioni per questi impatti hanno alimentato un crescente movimento di opposizione ai data center, prima negli Stati Uniti e ora anche in Italia, soprattutto in Lombardia.

L’11 luglio un gruppo di circa cento persone si è radunato a Lacchiarella, comune a sud di Milano, per protestare contro il progetto di data center dell’azienda Apto per il suo possibile impatto ambientale. Era una delle prime manifestazioni di questo tipo in Italia, ma non è stato un caso isolato. A Rho, sempre nel Milanese, un comitato di cittadini ha raccolto circa 250 firme per chiedere chiarimenti all’amministrazione comunale sulla costruzione di data center sul territorio. Mentre a Travagliato (Brescia) durante una seduta del consiglio comunale dedicata al progetto di un data center un gruppo di cittadini si è radunato in piazza e ha portato striscioni con scritte ambientaliste fuori dal municipio. Anche in Sardegna, dove è previsto un impianto nell’ex miniera di Nuraxi Figus, nel Sulcis, il movimento indipendentista A Innantis! ha presentato un accesso civico agli atti per conoscere i consumi di acqua ed energia previsti dal progetto.

In conclusione, il settore dei data center in Italia è in espansione, spinto da grandi investimenti e considerato dal governo una priorità strategica per la sovranità (e la sicurezza) digitale del paese. D’altro canto, nei territori interessati dai nuovi progetti scoppiano manifestazioni e richieste di maggiore attenzione all’impatto ambientale di queste infrastrutture. Nel lungo periodo è quindi necessario è favorire il ruolo dell’Italia come economia digitale attraverso i data center e rafforzare la sua sovranità digitale cercando allo stesso tempo di conciliare questo sviluppo con la sostenibilità ambientale, poiché queste infrastrutture sono ormai imprescindibili per il funzionamento della società.


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